Higuain, l’ultimo crac argentino scatena Chelsea e Milan

LA STORIA / C’è già un’asta milionaria attorno al 19enne attaccante del River Plate, ennesimo gioiello di un calcio che è miniera di talenti

Sopravvivere nel calcio argentino si- gnifica gettare i ragazzini in prima li nea. È la condanna di un Paese in possesso di un’economia terzomondista a fronte di un futbol tra i più ricchi del pianeta. A vent’anni i migliori, se pos sono, passano le linee nemiche. Scavalcano l’Oceano a chissà se torneranno. In Argentina il calcio si nutre di emer genze. Il River Plate, la Juventus dell’emisfero sud, negli ultimi dieci anni ha messo in cassaforte 245 milioni di dollari. Pablo Aimar è il più giovane: aveva 16 anni e 9 mesi quando esordì. Quindi toccò a Saviola (un mese più vecchio) che fruttò il jackpot, i 25 milioni incassati dal Barcellona. Poi tutti gli altri, in molti casi gente poi smarrita tra la ressa aeroportuale. Gallardo. Cavenaghi. D’Alessandro. Come dice Juan Sebastian Veron, oggi all’Estudiantes, la rovina di tutto è Maradona: «Vedono un argentino di buon talento e meno di 20 anni, e subito fanno il paragone con Diego. E di solito lo rovinano>>.

Gonzalo Higuain non assomiglia al Pibe de oro e di anni ne compie 19 fra un mese. Ha esordito con la maglia del River che ne aveva 17: è un ottimo giocatore, una punta, colpi da grande campione, due gol meravigliosi nel derby contro il Boca Juniors. A quelli del marketing bastano le prime righe del l’etichetta, nessuno ha tempo di andare fino in fondo. Ecco il nuovo crac del calcio argentino, giurano: Abramovich è in prima fila per portarselo nel suo giardino di Chelsea: avrebbe offerto 12 milioni di dollari per la metà del cartellino. Poi ci sarebbe di mezzo anche il Milan(Braida visto in Argentina è sufficiente per crederci); quindi il Bayern e i russi, gli immancabili russi con le 24 ore stipate di mazzette. Gonzalo è figlio di Jorge da cui ha preso poco, per sua fortuna. Jorge giocava nel River ed era uno di quei difensori che facevano dissanguare un centravanti, piuttosto che farlo segnare. Dice Gonzalo, forzando la sua timidezza con una battuta che ripete sempre: «Da mio padre ho preso la personalità. Il talento, la creatività, vengono da mia madre. Lui mi mostra le cassette delle sue partite e dice: fai tutto il contrario».

Gonzalo può cambiare una partita con 20 centimetri quadrati a sua dispo sizione. Resta da stabilire se potrà farlo con una certa continuità. Il suo è un caso unico: siccome è nato a Brest, dove il padre giocava a fine carriera, ha un passaporto francese che lo trasforma in una ghiottoneria. La Francia, come fece con Trezeguet, lo ha convocato: il ragazzo per ora ha preso tempo. Non dice né sì né no. Se accetta, perde l’Argentina. Se dice no, i francesi gli tolgono i diritti di nazionalità (da extracomunitario). E lui forse si gioca un bel po’ di futuro (economico). Il tema tiene in pausa un paese intero. Ecco cosa dice lui, in castigliano, perché il francese manco lo parla: «È una decisione che va presa con molta calma. Sono nel cuore della stagione con la mia squadra, e non mi sembrava giusto lasciare il River per un’amichevole in Francia. Mi pareva di mancare di ri spetto a tutti. Ho parlato con il mio coach (Passarella,ndr ) e con mio padre. Alla fine so che farò la cosa giusta. Ma non ora».

Gonzalo non è un chiacchierone. Soffre questa improvvisa attenzione e lo si è visto in campo, nella sfida chiave contro l’Estudiantes persa 3-1. Praticamente nullo. L’Europa soffia sul collo, la vita al fronte non è facile. Come si vive con questa pressione?«Non so, mi sembra tuttoirreale. Certo, giocare in Europa in un grande club è il sogno di tutti, ma io so no abituato a guardare al presente. Fino a giugno vorrei rimanere col River. Anche dopo, se fosse possibile. Fino a due anni fa ero un raccattapalle ufficiale. Guardavo gli altri e sognavo. Poi è toccato a me andare in campo e i rac cattapalle guardano me. È stato bellis simo, ma mi sto ancora godendo il momento. Insomma, non c’è fretta».

Gonzalo possiede la saggezza del sopravvissuto: a dieci anni era stato dato per spacciato causa una meningite: «Mio papà mi ricorda sempre quei momenti per tenermi i piedi a terra. Se l’era vista brutta, immagino. Ma io ricordo quando riprendemmo a giocare tutti assieme nel giardino di casa e quello fu il segno della guarigione. Forse sono forte fisicamente anche grazie a quell’esperienza. Ma ho tre fratelli e sono tutti molto bravi. Anzi, uno è anche meglio di me». Alla domanda retorica, preferisci Italia, Inghilterra o Spagna, non gli hanno ancora insegnato a rispondere. Dice: «Non so, io sono del River, che è pure la squadra per cui tifo».E arrossisce. Non ha neppure 19 anni.

Riccardo Romani

fondo: 15 Novembre 2006 Corriere dello Sera

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