L’importanza di chiamarsi Maldini: tutte le grandi dinastie del calcio mondiale

Con il debutto di Daniel hanno giocato in serie A tre generazioni diverse: un record condiviso con i Cudicini. E all’estero…

Giuseppe Pastore@gippu13 febbraio – 10:23 – MILANO

Cesare non aveva potuto assistere dal vivo al debutto di Paolino. Il suo ruolo di vice-ct della Nazionale, un passo dietro Enzo Bearzot, lo costrinse a restare a casa per guardare Inter-Atalanta a San Siro, in una Milano asserragliata nella morsa del gelo.Commenta per primo

Ma il gennaio del 1985 era destinato a passare alla storia anche per la prima delle 902 partite da professionista di Paolo Maldini, di cui il papà ebbe notizia ascoltando “Tutto il calcio minuto per minuto”: stava guidando su Viale Caprilli e pensò bene di accostare, per evitare pericolosi sbandamenti dovuti all’emozione. Trentacinque inverni dopo Paolo è stato testimone oculare dalla tribuna autorità del battesimo del fuoco di Daniel, gettato nella mischia da Pioli nei minuti di recupero di Milan-Verona. È riuscito a toccare un solo pallone, di testa, su un corner battuto male, ma i suoi tre minuti sono passati alla storia del calcio italiano: è la prima volta che un giocatore italiano veste gli stessi colori di suo padre e di suo nonno.

I MALDINI

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Breve ripasso di storia per i più giovani: Cesare Maldini ha indossato il rossonero per 412 partite dal 1954 al 1966, diventando il 22 maggio 1963 a Wembley il primo calciatore italiano ad alzare da capitano una Coppa dei Campioni, dopo il 2-1 al Benfica. Paolo è riuscito a superarlo in presenze e vittorie, diventando – con 26 trofei – il calciatore italiano più vincente di tutti i tempi: quando ha smesso il Milan ha ritirato la maglia numero 3, onore toccato in passato solo alla 6 di Franco Baresi. Per il 18enne Daniel non sarà facile essere all’altezza del papà e del nonno: ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e lui ha iniziato con due minuti nella bagarre di valore inestimabile. La prima presenza ufficiale segue l’ampio minutaggio concessogli in estate da Marco Giampaolo nell’International Champions Cup; la sua Primavera, dopo la balorda retrocessione dell’anno scorso, sta dominando la seconda divisione anche grazie ai suoi sei gol e quattro assist in nove partite. Per il momento ha scelto un umile 98, sognando magari di spolverare quel numero di maglia custodito in una teca dall’estate 2009.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

I CUDICINI

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I Maldini sono la seconda famiglia italiana a vantare tre generazioni con almeno una presenza in serie A. I primi, anche loro fortemente legati al rossonero, sono stati i Cudicini. Nonno Guglielmo giocò otto partite in serie A con la Triestina dal 1929 al 1934, le ultime cinque in compagnia di Nereo Rocco, futuro allenatore di suo figlio Fabio. Leggerino ma tecnico, soprannominato “il ballerino”, Guglielmo era un terzino che per la sua qualità fu a volte sfruttato anche in attacco. Morì nel 2007 nella sua Trieste, il giorno dopo il suo 104° compleanno. Fabio, altissimo (1 metro e 91) per l’epoca, ribattezzato “il Ragno Nero” per la tinta unita della sua divisa di gioco che richiamava il grande Jascin, giocò a lungo con Udinese, Roma e Brescia ma si lasciò gli anni più belli per il finale, approdando al Milan già ultra-trentenne: uno scudetto, una Coppa Campioni vinta grazie alle sue prodezze in semifinale a Manchester, una romanzesca Intercontinentale vinta in Argentina e una coppa Italia vinta nel 1972 all’ultima partita in carriera. Carlo invece conobbe il rossonero già da adolescente, debuttando addirittura in Champions League negli ultimi minuti di un Porto-Milan del 1993 per sostituire Sebastiano Rossi, ma non gli riuscì mai di esordire in serie A. L’unica presenza in campionato con la maglia della Lazio, da terzo portiere della stagione 1996-97, ebbe connotati eroici degni dei due antenati: subentrato al 4’ per sostituire l’espulso Marchegiani, nel finale si ruppe il crociato anteriore del ginocchio destro in uno scontro con Bisoli ma rimase stoicamente in campo perché Zeman ha finito i cambi e i portieri. Purtroppo la sua stagione finì lì, come la sua esperienza biancoceleste: trovò più fortuna in una lunga e brillante esperienza in Premier League con Chelsea e Tottenham.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

GLI ALONSO

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E all’estero? Le tre generazioni di Alonso non hanno una maglia in comune come i Maldini, ma hanno comunque scritto pagine importanti sia in Spagna che nel resto d’Europa. Iniziamo dal capostipite Marquitos (all’anagrafe Marcos Alonso Imaz), otto anni da difensore centrale nel Real Madrid dal 1954 al 1962, con quattro finali di Coppa Campioni disputate e anche un gol nella prima, contro il Reims nel 1956. Suo figlio Marcos Alonso Pena si è notevolmente discostato dalla tradizione paterna, vestendo le maglie delle arci-rivali Barcellona e Atletico Madrid: il suo unico assalto alla “Orejona” (come chiamano in Spagna la coppa dalle grandi orecchie) finì nella tragedia sportiva del 7 maggio 1986, quando a Siviglia il Barça si fece ipnotizzare dalla Steaua Bucarest e in particolare dal suo baffuto portiere Duckadam che parò quattro rigori su quattro, l’ultimo dei quali proprio ad Alonso. Suo figlio Marcos Alonso Mendoza ha invece seguito le orme del nonno, anche se ha all’attivo una sola presenza ufficiale con la prima squadra del Real Madrid: lo ricordiamo meglio a Firenze, poderoso terzino sinistro dal 2014 al 2016, mentre adesso gioca da quattro stagioni al Chelsea.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il "Chicharo" Hernandez e il "Chicharito" Hernandez.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il “Chicharo” Hernandez e il “Chicharito” Hernandez.

GLI HERNANDEZ

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Caso più unico che raro è quello della famiglia Hernandez che ha mandato tre generazioni ai Mondiali con la casacca del Messico. L’ultimo e anche il più famoso è il “Chicharito” Javier Hernandez, ex Real Madrid e Manchester United, presente a Sudafrica 2010, Brasile 2014 e Russia 2018. Ha segnato almeno un gol in ogni edizione e deve il soprannome a suo padre Javier Hernandez Gutierrez, detto “chicharo” (pisello) per gli occhi verdi, numero 19 del “Tricolor” ai Mondiali casalinghi del 1986 ma mai impiegato neanche per un minuto. Il nonno materno era invece Tomas Balcazar, che nel Mondiale 1954 mise insieme due presenze e un gol contro la Francia – la stessa squadra a cui suo nipote avrebbe fatto gol nel 2010.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

I LLORENTE

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Non c’è nulla di paragonabile alla dinastia Llorente, che vanta ben cinque giocatori diversi nell’album di famiglia del Real Madrid: l’ultimo è stato il centrocampista Marcos, addirittura in gol nella finale del Mondiale per Club 2018 contro l’Al-Ain (oggi gioca nell’Atletico Madrid). Suo padre è Paco Llorente, sette anni nel Real di fine anni Ottanta, quello della “Quinta del Buitre” che vinse campionati a ripetizione ma mai la Coppa dei Campioni, incassando una formidabile ripassata a San Siro dal Milan di Sacchi nella notte del 5-0, in cui aveva indossato la maglia numero 11 senza lasciare traccia. I tifosi madridisti ricordano con più affetto una sua grande partita a Porto, quando aiutò il Real a ribaltare il risultato e qualificarsi ai quarti entrando dalla panchina e servendo due assist a Michel. Ma Paco (che aveva un fratello, Julio, da oltre 400 partite in Primera Division e due stagioni al Real dal 1988 al 1990) altri non è che il nipote di Francisco Gento, fuoriclasse all’altezza del Grande Real di Puskas e Di Stefano che si aggiudicò le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni dal 1956 al 1960. E, a complicare ulteriormente le cose come in una telenovela spagnola, aggiungiamoci anche il quinto parente acquisito: Paco Llorente è infatti il genero di Ramon Grosso, attaccante per dodici stagioni alle dipendenze di Santiago Bernabeu, dal 1964 al 1976, con sette “scudetti” e una Coppa dei Campioni. Se la stirpe proseguirà, vi terremo aggiornati.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/03-02-2020/importanza-chiamarsi-maldini-tutte-grandi-dinastie-calcio-mondiale-360631600953.shtml

#TBT: 11 MAGGIO 2001, INTER-MILAN 0-6

Ci hanno pensato Cesarone, Serginho e Gianni Comandini, che ricorda: “Ancora oggi mi fermano per strada per quella partita…”

Buttava male per il Milan. La settimana prima i rossoneri avevano perso a Perugia, mentre i nerazzurri avevano battuto l’Atalanta. Però per la corsa al quarto posto utile per la Champions League, era più avanti in graduatoria il Milan rispetto all’Inter. Prestigio della stracittadina, desiderio di far bene da parte di Cesarone Maldini, classifica nella zona europea: tutto questo era la posta in palio dell’11 maggio 2001.

PER LA STORIA MILANISTA È IL VERO DERBY DEL CUORE
Nel derby non c’è cuore, c’è solo il desiderio contorto, subdolo e disperato di far male sportivamente all’avversario. Vale per tutti, per i milanisti e per gli interisti e per i tifosi di tutte le altre città che si segnano le due date sul calendario e sull’agenda ogni anno, a fine luglio, quando vengono resi pubblici i calendari della stagione calcistica. Di derby ce ne sono stati tanti, belli e bellissimi per il Milan, altrettanto per l’Inter, altri lottati ed equilibrati come l’ultimo finito in parità. Ma per un tifoso rossonero, che ha eliminato 2 volte l’Inter dalla Champions League, che ha battuto l’Inter sia in Finale di Coppa Italia che in Finale di Supercoppa di Lega, i veri derby della vita, quelli che fanno davvero battere il cuore sono due: quello del gol di Hateley e quello dello 0-6. Ma se proprio bisogna scegliere, ebbene sì, vince lui, di stretta incollatura, l’11 maggio 2001. I veri motivi per cui una serata di ordinaria amministrazione di fine stagione sia diventata una serata storica, non li scopriremo mai. “Una partita strana, sembrava che a noi avessero tagliato le gambe e che loro avessero un polmone in più”, avrebbe detto anni dopo il portiere interista Sebastien Frey.

CESARE MALDINI: GLI SPIACEVA SOLO PER TARDELLI
Cesare il patriarca e Marco l’allenatore emergente avevano fatto grandi cose nell’82 ai Mondiali di Spagna, lui vice di Bearzot e l’altro mattatore in campo. Ma soprattutto, in Nazionale Under 21, l’uno Ct e l’altro suo vice si erano voluti bene e avevano vinto il Campionato europeo di categoria dieci anni dopo, nel 1992. Ritrovarsi allenatori avversari in un derby era abbastanza crudele per entrambi. Cesarone quella sera era contento, ma gli spiaceva per Marco. Proprio Tardelli, due mesi prima, subito dopo l’esonero di Zaccheroni, era stato il primo a chiamare Maldini dopo la sua promozione ad allenatore del Milan in compagnia di Mauro Tassotti. Esultanza signorile, contenuta, quella di Cesare dopo ogni gol. Le reti di ComandiniComandiniGiuntiShevaSheva e Serginho erano state per lo storico personaggio rossonero una sorta di rivincita che con Tardelli non aveva nulla a che vedere. Cesarone c’era rimasto male, 27 anni prima. Lui era un giovane 42enne allenatore del Milan e perdere 1-5 in casa, a San Siro, il 24 marzo 1974, contro l’Inter di Mazzola e Boninsegna gli era bruciato non poco. Non pensava però Cesarone di potersi prendere una rivincita così clamorosa, addirittura con gli interessi.

GIANNI COMANDINI: “ANCORA OGGI MI FERMANO PER STRADA”
Nella storia del Milan, era rimasto Paolo Rossi. Ex-vicentino e due soli gol in maglia rossonera, proprio nel derby, il 1° novembre 1985 contro Walter Zenga in porta e contro Mario Corso in panchina. La stessa cosa è accaduta quella sera a Gianni Comandini, a sua volta ex giocatore del Vicenza. Il giovane attaccante aveva segnato nei preliminari di Champions League ad agosto contro la Dinamo Zagabria e poi era diventato un mistero. Qualche infortunio, tanta panchina. L’ultima partita da titolare, Comandini l’aveva disputata a febbraio. Al suo arrivo a Milanello, un mese dopo, Cesarone aveva preso a cuore quel ragazzo serio, taciturno, che parlava pochissimo. Gli fa giocare due scampoli di gara e poi il derby. Il racconto di Comandini:

“Ho saputo la sera prima che avrei giocato, forse il Mister non voleva agitarmi. Quei due gol in quel derby li ricordo benissimo, contro l’Inter, ci sono tifosi che ancora oggi mi riconoscono e mi fermano per strada per parlare di quella partita. Sono stato al Milan un anno, un anno particolare, ma posso tranquillamente dire che quella rossonera per me è stata un’esperienza davvero indimenticabile”.

SERGINHO: “HO DETTO A PAOLO DI PARLARE CON SUO PAPÀ
Il colibrì brasiliano è rimasto in campo per tutti i 90 minuti quella sera, mentre Sheva aveva dovuto lasciare posto a Leonardo a 8 minuti dalla fine. Andriy voleva rimanere in campo per la classifica dei cannonieri, ma con la sua bonomia, dalla panchina, Cesarone lo aveva convinto: “Dai, dai…”
Sergio era finito un po’ nell’oblio negli ultimi mesi della gestione tecnica di Alberto Zaccheroni. Il grande Cesare invece, con la sua umanità, era affascinato dall’aria tutta particolare di Serginho:

“Prima della partita Cesarone mi aveva detto di pensare solo ad attaccare – ci racconta oggi lo stesso Sergio – ti voglio vedere solo nella metà campo avversaria, mi aveva detto. Poi, nel corso della partita, Paolo Maldini che era terzino sinistro dietro di me mi diceva di tornare indietro a coprire. Allora gli ho detto, devi parlare con tuo papà, lui a me ha detto di non farmi vedere nella nostra metà campo… È bello ricordare queste cose, anche perchè eravamo sotto pressione per quel derby. Era stato esonerato da poco Zaccheroni, le cose non andavano benissimo, poi si giocava di venerdì sera mentre la domenica il presidente Berlusconi aveva un appuntamento elettorale importante. Tutte queste cose, oltre al fascino del derby, ci davano tensione in allenamento. Poi, una volta in campo, è nata quella serata magica, impressionante, mai successo nella storia dei derby. Quando ho segnato il gol del 6-0, ero contento, noi siamo in campo per segnare, ma devo dire che lì per lì mi è spiaciuto. Il settanta per cento dello Stadio era popolato da tifosi interisti e vederli così tristi, qualcuno piangeva, non mi ha fatto piacere. Il calcio è divertimento, non tristezza. Poi però in spogliatoio ho festeggiato con i miei compagni e quella festa non la dimenticherò mai”.

IL TABELLINO

INTER-MILAN 0-6

INTER: Frey, Ferrari, Blanc, Simic, J. Zanetti, Farinos (34′ Cauet), Di Biagio (1’st Seedorf), Dalmat, Gresko, Vieri, Recoba. All.: Tardelli.
MILAN: S. Rossi, Helveg, Costacurta, Roque Junior, P. Maldini, Gattuso, Giunti (26’st Guglielminpietro), Kaladze, Serginho, Comandini (12’st Josè Mari), Shevchenko (36’st Leonardo). All.: Tassotti. DT: C. Maldini.
Arbitro: Collina.
Gol: 3′ Comandini (M), 19′ Comandini (M), 8’st’ Giunti (M), 22’st Shevchenko (M), 33’st Shevchenko (M), 36’st Serginho (M).

https://www.acmilan.com/it/news/tbt/2017-05-11/tbt-11-maggio-2001-inter-milan-0-6

E l’ex zebra Pier Cesare Maldini irrompe nel cuore di Aida Yespica – Il Tirreno

VIAREGGIO. Pier Cesare Maldini, 34 anni fratello di Paolo, capitano del Milan ha fatto perdere la testa alla showgirl, Aida Yespica. «Sono innamorata di Pier Cesare Maldini, fratello di Paolo», ha confessato Aida al settimanale «Chi». È stato un vero e proprio colpo di fulmine che ha fatto scattare la molla fra i due. «Ci siamo conosciuti a Milano e mi è piaciuto subito – dice – ci siamo cercati istintivamente. Pier Cesare è una persona adorabile, si prende cura di me. Avevo bisogno proprio di questo». 
Del suo ex fidanzato, Francesco Facchinetti, noto come DJ Francesco, la Yespica dice: «Con lui, come dice nel brano che cantava quest’estate, “non cado più”. Abbiamo troncato, è stato meglio così per entrambi».
Questa nuova coppia ha acceso i riflettori del gossip a Milano, dove ormai vive da diverso tempo Pier Cesare dopo avere interrotto la carriera di calciatore che lo aveva portato anche a vestire (all’età di venti anni) la maglia del Viareggio in C/2. Era la stagione ’92- 93 e dal Pavia arrivò questo ragazzone che aveva venti anni. Difensore centrale, con un’eredità difficile da gestire, come quella del padre Cesare e del fratello Paolo. Nome pesante, di quelli che rischiano di lasciarti il segno perchè tutti pretendono di più da te. Con umiltà approdò in riva al Tirreno, dove lui era di casa visto che qua trascorre l’estate un po’ tutta la famiglia. E poi a Viareggio abitano anche dei parenti. Fu l’allora direttore sportivo Oreste Cinquini a portare Maldini a Viareggio. L’allenatore di quella formazione con D’Ottavio, Gargani, Fortini, Vignali, Beni ed altri ancora era Massimo Morgia. La proprietà della società era nelle mani della famiglia Picciotto. Nonostante il nome importante, Pier Cesare non creò nessun tipo di problema, riuscì a ritagliarsi uno spazio nel gruppo e polarizzare, con la sua eccellente presenza, l’attenzione dei media a livello nazionale sulla squadra del Viareggio calcio. Il suo debutto coincise con un derby Milan-Inter e i genitori Maldini preferirono seguire Pier Cesare e non Paolo. Quella domenica entrambi erano sulle tribune dello stadio dei Pini a tifare per le zebre. Papà Cesare, a quell’epoca libero da impegni professionali, seguiva insieme ad altri sportivi anche gli allenamenti quotidiani del Viareggio. Il tutto con grande passione e senza nessuna interferenza sull’attività del figlio. Pier Cesare adesso ha cessato l’attività da qualche anno, gioca come tanti ragazzi della sua età a calcetto con gli amici. Adesso il gol più difficile: riuscire a far centro nel cuore di Aida Yespica. E chissà che questa estate la coppia non si presenti in Versilia per la gioia dei paparazzi e di chi ama vedere i vip sulla propria spiaggia.
Roy Lepore

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Maldini torna in azzurro

ROMA (m.ch.) – Un nuovo, vecchio amico per la nazionale. Si chiama Cesare Maldini, ha guidato l’ Italia fino ai Mondiali di Francia per poi chiudere i rapporti con la federcalcio. Ma con certi ambienti azzurri, anzi, con Marco Tardelli, suo vice per due cicli dell’ Under 21, no. Pur rimanendo nei quadri del Milan come capo degli osservatori, “Cesarone” è tornato al suo vecchio amore. Come consigliere personale e non stipendiato del tecnico dell’ Under. “Maldini è una persona eccezionale, ha sempre qualcosa di buono da dirmi” ha spiegato Tardelli al rientro da Ferrara, dove la sua squadra ha battuto 6-2 il Galles. “Da allenatori come lui, Bearzot e Trapattoni ho imparato la gestione del gruppo. Posso contare su Cesare, la sua esperienza ci può aiutare. Sono sempre felice di vederlo”. Maldini, in effetti, si è fatto vedere: allo stadio di Ferrara, venerdì sera. Una partita della nazionale in tribuna non la vedeva dal famoso rigore fallito da Di Biagio contro la Francia.

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