Quella clausola che mette fretta a Yonghong Li

Se la proprietà del Milan non versa entro lunedì 10 milioni, Elliott si prende la società

Tempo scaduto per mister Li a Pechino. È arrivata la sentenza della Consob cinese: la holding del proprietario del Milan ha tenuto nascosto il dissesto, precedente all’acquisto, un anno fa, del club da Fininvest per 750 milioni. Tempo quasi scaduto a Milano: sia il consiglio di amministrazione rossonero che il fondo Elliott hanno messo scadenze e paletti stretti.

Il finale di partita potrebbe essere, in teoria, tra pochi giorni e non il 15 ottobre 2018, data di scadenza del prestito da 300 milioni del fondo americano. È l’effetto combinato di una nuova postilla del contratto con gli americani e del pressing del consiglio di amministrazione. Lo sa anche Yonghong Li, naturalmente, e sta facendo di tutto per raccogliere 10 milioni di aumento di capitale. Finora se l’è sempre cavata per un pelo. E ogni volta l’iter dei bonifici è seguito con trepidazione, fino al sollievo ed entusiasmo finale: «È partito! È in arrivo!». Impensabile ai tempi di Berlusconi o nell’Inter di Zhang che un bonifico da 5-6 milioni possa condizionare la vita societaria. Per questo la corda è ormai tesissima. Tanto più che oggi l’Uefa ha negato il patteggiamento, con rischio di esclusione dalle coppe.

I consiglieri del Milan, responsabili verso la società, hanno spedito all’azionista una lettera in cui lo invitano a versare entro lunedì 10 milioni. È un fatto tecnico molto importante perché è l’atto formale che innesca l’iter in cui si inserisce la nuova clausola, valevole d’ora in poi per tutti gli aumenti di capitale. Se Li non bonifica i 10 milioni entro lunedì, se ne fa carico il fondo Usa e a quel punto scattano i termini finali (dovrebbero essere 15 giorni) concessi al cinese per rimborsare Elliott. «Bucando» anche questa scadenza, gli americani, in largo anticipo su ottobre, possono esercitare tutte le garanzie e prendersi il Milan a 350-360 milioni (valore del prestito più interessi). Si applicherebbe, in sostanza, la nuova clausola approvata senza troppa pubblicità dall’assemblea degli obbligazionisti il 2 maggio: «Nuovo event of default».

Del resto, da aprile 2017 nessuna rata in scadenza ha testato la solvibilità cinese perché il prestito di Elliott prevede il rimborso, capitale e interessi, tutto alla fine. Ora invece c’è la mini-prova sugli aumenti di capitale (25-26 milioni entro giungo). Difficile che Yonghong Li scivoli per pochi milioni, ma le mosse di Elliott e del cda tracciano un sentiero strettissimo. La China Securities Regulatory Commission, la Consob cinese, ha nel frattempo chiuso l’inchiesta (preannunciando sanzioni al prestanome di Li) sulla Jie Ande, la holding del numero uno del Milan da poco fallita. Jie Ande è il principale azionista di una società quotata e ha tenuto all’oscuro il mercato delle inadempienze con le banche e del proprio dissesto, fin dall’inizio del 2017, quando ancora doveva chiudersi l’operazione Milan.

Mario Gerevini

https://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2018/06/01/47/quella-clausola-che-mette-fretta-a-yonghong-li_U434901162645649VEG.shtml

Maldini, 50 anni di mito: “So chi sarò, non so dove sarò. Ma non sono preoccupato” l Sky Sport

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Federico Buffa incontra Paolo Maldini nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e ne viene fuori una lunga chiacchierata. Ricordi mai sbiaditi della storia rossonera. Anche episodi divertenti, come “quando Agostino Di Bartolomei telefonava all’amico Andreotti” e attuali. “Adesso quando sento Van Basten parliamo dei nostri dolori…”

#SKYMALDINIDAY, AUGURI PAOLO

#SKYBUFFARACCONTA

Sky Sport celebra il 50° compleanno di Paolo Maldini: alle 20.45 e a mezzanotte, appuntamento con “Federico Buffa incontra Paolo Maldini”: lo storyteller e il campione ripercorrono insieme le fasi più interessanti della carriera dell’ex difensore, le origini, l’amore per la famiglia e per la sua città, gli esordi, l’etica e l’estetica del calcio apprese dal padre Cesare, i primi grandi maestri in panchina (Liedholm) e in campo (Di Bartolomei e Baresi), il presente e il futuro. Un racconto originale che, grazie allo stile narrativo unico di Buffa, si trasforma in un viaggio tra ricordi ed emozioni.

Nato e cresciuto a Milano, sei fratelli, il maschio che non arrivava e una casa stretta…

“Sono nato e cresciuto a Milano: mi identifico nei valori dei lombardi… Secondo me, nelle idee di mio padre e mia madre, non c’era l’idea di fare 6 figli: ho anche il piccolo dubbio che loro cercassero comunque il maschio e il maschio è arrivato solamente al quarto tentativo. La casa era stretta sì, ma penso sia stata la mia fortuna. È stato un divertimento incredibile”.

Fino a 14 anni non era una stella, ma poi…

“Papà Cesare ha subito visto in me un calciatore? No, certo che gli venisse il dubbio, probabilmente era anche un bel dubbio, però, di tanti talenti poi sprecati…  almeno io, nelle giovanili, non ero sicuramente la stella, diciamo dai 10 ai 14 anni. Poi, dai 14 anni in poi ho fatto il salto di qualità”. Alla domanda se Cesare gli avesse chiesto se giocare nel Milan o nell’Inter, Maldini spiega:“Sì. Non solo Milan o Inter, siccome io avevo un mio compagno di classe che abitava al pianterreno, e aveva un bello spazio dove poter giocare, mi piaceva giocare in porta. Mi ha chiesto se volevo fare il portiere e se volevo andare al Milan o all’Inter. E io ci ho pensato, non su Milan o Inter, ma sul fatto se fare il portiere o il calciatore di movimento”.

Dove vuole, Mister

Leggenda dice che, col solito verbo “iocare”, Niels Liedholm, “il Barone”, ti abbia chiesto, addirittura, dove volessi giocare. “Se a destra o a sinistra, sì”. E tu, destro naturale, dici destra. “No: Dove vuole Mister. Almeno il rispetto. Ma è stata una sorpresa per tutti, è stata una sorpresa per me. A causa della nevicata ci allenavamo a Milanello ed era tutto ghiacciato. Non avevo le scarpe da ghiaccio e me le sono fatte prestare da un giocatore che aveva due numeri meno di me, sono arrivato a Udine con le unghie completamente andate, un dolore terribile, sono andato in panchina non allacciando le scarpe. Nel momento in cui mi ha detto: entri, non ho sentito più niente.”

La prima intervista e quel dubbio sulla sessualità

“C’è stata tanta attenzione per il mio esordio, sono state programmate anche delle interviste, il lunedì avrei avuto un sacco di pressione, soprattutto a scuola, io ho chiesto di non andare e sono stato accontentato”.

Ma un’intervista te l’hanno fatta e non hai un grande ricordo. “No, diciamo che il mio rapporto con la stampa forse è stato anche condizionato da quell’intervista.  Perché le esperienze ti condizionano e mi ricordo questa giornalista della Gazzetta (ndr. Rosanna Marani), diciamo che non era tanto interessata all’aspetto sportivo, ma siccome indossavo una polo – tra l’altro in dotazione proprio alla squadra Milan – una polo rosa, è andata sulle domande personali: “Sei fidanzato, non sei fidanzato…” Allora non lo ero. E diciamo che nell’articolo ha fatto supporre una mia omosessualità che sinceramente il giorno dopo mi ha messo a grossissimo disagio nei confronti dei compagni. Certo, me l’avessero fatta adesso mi sarei messo a ridere, però ti puoi immaginare nell’’84-‘85, un ragazzo di sedici anni, che si affaccia al mondo dello sport e questo è diciamo l’esordio sulla stampa…

Quando Di Bartolomei telefonava ad Andreotti

Agostino Di Bartolomei è stata una persona importante, perché era bravissimo coi ragazzi giovani, con me in particolare. Probabilmente aveva visto qualcosa in me che gli piaceva, sono stato in camera con lui più volte, dove tra l’altro chiamava al telefono il suo amico Giulio Andreotti…

Una volta ho giocato centrale con lui e gli faccio: “Ago, dove vuoi giocare, a destra o a sinistra?”. Mi ricorderò sempre, a Lecce. E lui mi ha detto: “Paoletto, io sto in mezzo e tu me corri intorno”.

Solo il giorno dell’esordio ha capito che poteva giocare in Serie A!

Quando mi sono accorto che sarei diventato quello che sono diventato? “Sinceramente, il giorno dell’esordio. Quel giorno di Udine ho finito la partita e ho detto: “Ma io allora posso giocare in Serie A”. Fino allora non lo avevo mai pensato.

Tra i giocatori che ti hanno dato “fastidio” c’è Chris Waddle. “Ciondolante, ma meno scattante. A me davano fastidio quelli che spostavano la palla, ondeggiavano… Shevchenko ti puntava così e… difficile. Io sono uno scattista. Ero uno scattista, non più ormai. Quelli che si fermavano e ripartivano erano il mio pane.”

Quando ti accorgi che sei finto in un Milan diverso da quello in cui sei cresciuto, cioè dall’86 in poi, cosa cambia in Maldini? “Cambia tutto. La maniera di allenarsi, cambiano gli obiettivi, cambia qualche compagno, anche se io credo che la fortuna di quel Milan sia stata Liedholm e quei 4-5 difensori- insieme poi ad Evani-, perché la base di tutto quel Milan lì era la difesa italiana a quattro. Quello è stato il grande motore del Milan, di Sacchi e poi di Capello”.

Adesso con Van Basten parlano dei loro acciacchi… 

“Marco era uno spettacolo, veramente uno spettacolo. Un giocatore con una classe immensa. Bomber, cattivo. Era esattamente alto come me, pesava come me, aveva una classe diversa, ma anche negli allenamenti fisici eravamo sempre a battagliare. Adesso quando ci sentiamo, purtroppo, parliamo sempre dei nostri dolori. Lui tra l’altro ha dovuto smettere quando era al massimo a 28 anni, era capocannoniere”.

Gullit, un calcio totale. La fatica fatta con Sacchi 

“Ruud era un giocatore veramente universale. E non lo era solo sul campo, spingeva la squadra ad essere più coraggiosa, all’olandese. Quando rivedevamo le partite, lui spingeva i terzini più avanti. Un calcio veramente totale. E da quel punto di vista lui è stato davvero importantissimo”.

Sacchi vi mise anche in stanza insieme. “La rivoluzione è stata totale. Allenamento, maniera di comprendere, capire e vivere il calcio, impegno, diciamo… 24 ore su 24, anche se io non ero particolarmente d’accordo, però abbiamo fatto anche a livello fisico delle cose che le squadre del giorno d’oggi assolutamente non fanno.  Io arrivavo il giovedì, venerdì che io dicevo: “Io non riesco a giocare domenica, son sicuro che non riesco a giocare”. Perché ero stravolto, io come tutti gli altri. Poi arrivavi al sabato, pre-gara e iniziavi a sentirti bene, ma proprio per la stanchezza. E la domenica avevamo una forza incredibile. Per quegli anni era una squadra anche molto forte fisicamente.

Il rapporto coi tifosi

Con i tifosi un rapporto conflittuale… “Per me la mia privata era sacra… tanto alla fine, se io esco e non rendo alla domenica, sono io quello che non ne beneficia di questa situazione. Quindi sono io che gestisco la mia vita, sono io che so quello che sa di cosa ha bisogno. Quando vivevo ancora a casa dei miei, mi ricorderò sempre mio papà. Giochiamo con la Sampdoria di Vialli e Mancini. Martedì. Io dico: papà io vado fuori a cena. E lui mi fa: “cosa?? Ho detto: papà vado fuori a cena. “aolo, ma giocate con la Sampdoria domenica…Papà, ma è martedì!”

Sullo scontro con i tifosi dopo la sconfitta in finale contro il Liverpool: “Questo è lo sport. È proprio il succo dello sport: ti do anche l’anima, io posso anche morire in campo, però, una volta che lo faccio, non mi devi dire “Impegnati” o “Sei uno… un poco di buono”. Come capitano non potevo accettarlo. Non potevo accettare che un ragazzino di 22 anni – io giocavo da 20 anni al Milan – dopo una partita del genere, mi dicesse qualcosa.

Nel futuro di Maldini

Maldini non ha mai fatto l’allenatore. “No, per scelta. Dico sempre che non ho mai detto quello che avrei fatto, perché sinceramente non sapevo, ma ero sicuro di quello che non avrei fatto. E già non è male, come inizio”. Fare il direttore tecnico di un club? “Credo di avere una certa conoscenza calcistica, la personalità per parlare con determinate persone, che sembra una stupidaggine, ma non è così banale riuscire a parlare con tutti e a farsi sentire da tutti”.

50 anni ad Ibizia

“Prima di tutto non amo festeggiare, ma per questa occasione ho deciso di portare tutta la famiglia e qualche amico a Ibiza: sono tre mesi che sto dietro a questa organizzazione…Però alla fin fine lo devi festeggiare con le persone della famiglia, le persone che sono state importanti per te, e queste sono quelle della mia famiglia”.

Consapevolezza

A 50 anni chi vuole essere Palo Maldini? “Diciamo non così chiara sul chi sarò. E anche chi sono ce l’ho abbastanza chiara o forse, anche su chi sarò, perché alla fine, è sempre stato difficile scindere la persona dal ruolo, che fosse calciatore, che fosse imprenditore, quello che vuoi. Quindi so chi sarò. Non so dove sarò. Questo ancora non lo so, ma non mi preoccupa più di tanto”.Visualizza l’immagine su Twitter

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Roberto Mancini@robymancio

Ne é passato di tempo da questa foto…Tanto talento, senso del dovere e professionalità sulla tua maglia numero 3. Meriti un compleanno speciale per i tuoi primi 50 anni Paolo #Maldini!2.78516:46 – 26 giu 2018466 utenti ne stanno parlando

https://sport.sky.it/calcio/altro/2018/06/26/paolo-maldini-50-anni-tra-passato-e-futuro.html

Cosi il Milan cinese spiava i dipendenti e pedinava i giornalisti

“La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità”. La frase di Lord Northcliff, giornalista ed editore inglese ai primi del 900, cofondatore e proprietario del Daily Mail e del Daily Mirror, non perde mai di attualità. A maggior ragione oggi, negli attuali tempi difficilissimi per chi fa il mestiere del giornalista.

La trama che ormai si sta delineando sull’ultimo anno e mezzo del Milan, nelle sua epoca cinese, è degno di un libro di spionaggio di John le Carré. Dopo tutti i dubbi sulla provenienza dei soldi di Yonghong Li, sparito dopo aver perso 400 milioni, ora emergono altri dettagli a tinte fosche dell’epoca cinese.

Nel voluminoso dossier che è stato presentato dal Milan, sotto la nuova gestione del gruppo finanziario americano Elliott, nella causa al Tribunale del Lavoro contro l’ex-amministratore delegato Marco Fassone, viene alzato il velo su un sistema sistematico di spionaggio utilizzato con costanza nei confronti di dipendenti del club e alcuni giornalisti, quelli più critici verso la gestione cinese. Quelli che sapevano, restavano indipendenti nei giudizi e non si piegavano ai comunicati ufficiali.

Nel Sole 24 Ore oggi in edicola queste attività vengono dettagliate e circostanziate.

Tutto inizia da un’attività di controllo delle voci di bilancio del nuovo Milan. Nel mese di luglio 2018 risultava infatti, tra i solleciti di pagamento pervenuti al club, anche un sollecito di fatture ancora inevase da parte della società Carpinvest, agenzia investigativa di Carpi. Inizia così la vicenda oggi sotto i riflettori per il dossier presentato al Tribunale di Milano.

L’attività di controllo successiva ha portato a svelare le motivazioni delle spese per circa 80mila euro. Tra le note di pagamento, c’è la fattura numero 134 del 31 marzo 2018, pari a un importo complessivo di 79.932 euro, risultata essere stata ammessa a fronte dello svolgimento di attività investigative, da parte appunto di Carpinvest.

Ad essere conoscenza di questa attività erano Marco Fassone alcuni alti dirigenti del gruppo rossonero, non si sa se su diretto ordine di Yonghong Li (o meno). Proprio l’ex-Ad nel mese di gennaio 2018 incontra i responsabili dell’agenzia investigativa e fa presente agli stessi la necessità di intervenire urgentemente al fine di evitare la continua fuga di notizie relative a dettagli economici e piani industriali della società sulla carta stampata”.

Ad essere spiati e pedinati erano 4 giornalisti di testate nazionali: Carlo Festa del Sole 24 Ore, cioè il sottoscritto, Luca Pagni e Enrico Currò di Repubblica e Tobia De Stefano di Libero Giornale, spiati e pedinati per giorni e giorni: con 4 investigatori e due auto a supporto per 11 giorni consecutivi.

Sui dipendenti e nelle stanze di Casa Milan venivano utilizzati il digital forensic, cioè il recupero e l’indagine del materiale trovato nei dispositivi digitali, avvenuto su 9 personal computer e smartphone, bonifica ambientale, per individuare possibili microspie nelle stanze del club. Per i giornalisti c’era invece il monitoraggio dinamico, ossia i pedinamenti e gli appostamenti.

L’avvocato di Fassone spiega che il suo assistito non è coinvolto in alcuna attività di spionaggio. Ma i pedinamenti e i controlli sui dispositivi elettronici ci sono stati e sono documentati. E allora chi ha incaricato Carpinvest? Chi sapeva? Il colpevole è il solito Yonghong Li, ormai sparito, che dava ordini dalla Cina?

http://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/2018/12/23/cosi-il-milan-cinese-spiava

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Ivan: un marziano a milano

Di marziani travestiti da top player , dacché CR7 è atterrato fra noi , si parla molto nella speranza che un extraterrestre buono – ricordate il delizioso Et di Spielberg? – indichi al calcio italiano la strada per tornare a risplendere come un tempo , stella di prima grandezza nel firmamento del pallone . Certo , considerato lo stato dell ‘ arte ( Juve esclusa naturalmente ) , non ne basta uno . Servirebbe un ‘ invasione…Bene , buone notizie : l ‘ impressione è che dalle parti di San Siro, senza particolari fanfare , ne sia sbarcato un altro . Non calpesterà fisicamente l ‘ erba degli stadi , ma è destinato a lasciare il segno , a cambiare il destino del Milan e della nostra amata pelota quanto il divino Ronaldo . Visto da vicino , Ivan – si pronuncia « Aivan » – Gazidis , non ha nulla di terribile . Il nuovo Ad rossonero è liscio e perfetto come un monaco zen vestito Savile Row , elegante nell ‘ eloquio , suadente ma affilato come una lama , appassionato il giusto , controllato sempre . Le mani accompagnano il discorso con grazia come se cullassero l ‘ interlocutore . Un felino senza apparente aggressività . Le movenze di un fuoriclasse . E come tale remunerato dal fondo Elliott , che lo ha convinto ad abbandonare Londra e il suo Arsenal per gettarsi nella nuova avventura . Per il Diavolo , ha in mente un progetto sportivo prima di tutto , poi economico e organizzativo , che punta a proiettare nel futuro la società rossonera , squassata dall ‘ esperienza cinese e dalla minaccia Uefa , agganciandola alle dinamiche del calcio globale . Un club capace di sostenersi con l ‘ autofinanziamento , ricco di giovani talenti e di altrettanto giovani appassionati , con uno stadio di proprietà in condivisione con i cugini dell ‘ Inter . Non necessariamente il vecchio e mitico Meazza , e questa è già una novità forte . Piuttosto una nuova casa comune dei tifosi milanesi , un impianto stellare e all ‘ avanguardia da far invidia all ‘ Emirates su cui ha governato per l ‘ ultimo decennio . Un sogno . Ma a occhi ben aperti . Per rassicurare tutti , milanisti e non , sul fatto che l ‘ uomo è capace di raggiungere i traguardi che immagina , conviene ascoltare con attenzione la sua storia , raccontata senza un grammo di enfasi , e capire da dove è partito .

Gazidis nasce nel 1964 a Johannesburg da una famiglia greca trapiantata in Sudafrica , in piena apartheid . Quando vede la luce , suo padre Costa , un medico dal carattere bizzarro e indomabile , amico di Mandela e militante bianco dell ‘ African National Congress , il partito della resistenza nera , è al carcere duro come sovversivo . Per rendere più acuta la tortura , il regime razzista gli fa annunciare da un secondino che il figlio è morto durante il parto . Lo abbraccerà solo tre anni dopo quando viene rilasciato e decide di portare la famiglia in salvo a Manchester . Insomma , Gazidis viene su come un migrante , un esiliato , un rifugiato . Cosa che non dimentica , facendone la pietra angolare del proprio edificio intellettuale . Il ragazzo coltiva una passione divorante per il calcio e per il Manchester City . Si diletta anche di fisica e di filosofia , ma soprattutto ha un gran talento legale che affina nelle aule di Oxford . Diventa avvocato e per sei anni ha una brillante carriera tra legge e affari sinché i fondatori della neonata Major League Soccer lo convincono a trasferirsi negli Stati Uniti , dove fa decollare il calcio professionistico , entità sino ad allora sconosciuta , ed estranea , alla mentalità americana . Ci resta per 14 anni fino a diventare Deputy Commissioner , architetto di un successo che ha due fondamenti : un business plan preciso ma progressivamente aggiustato sulla base dell ‘ esperienza e gli stadi di proprietà . Ha raccontato spesso degli albori della MLS , in cui le squadre giocavano nelle immense cattedrali del football americano dove 15 mila spettatori sono solo una stilla di tristezza , e della rivoluzione imposta dai Los Angeles Galaxy , i primi a costruire un proprio , modernissimo impianto . Sono loro a fare bingo . Una lezione che si porta dentro e che sicuramente cercherà di tradurre velocemente in italiano , lingua che ha già cominciato a studiare con risultati piuttosto sorprendenti .

Nel 2008 , il callido avvocato si lascia ammaliare dalla grande sirena : i dirigenti dell ‘ Arsenal lo riportano a Londra e gli affidano le sorti di una squadra di grande blasone che ha il problema opposto . Lo stadio c ‘ è , e che stadio . . . Ciò che manca è una moderna concezione della struttura societaria . Il club , circonfuso del mito di Wenger , compie un errore assai comune anche da noi : pensa il calcio con un attaccamento venato di nostalgia , come il fenomeno a cui ci siamo appassionati da giovani e che vorremmo sempre replicato senza cambiamenti o sterzate . Ma il mondo del pallone cambia vorticosamente ed è ormai un business globale dove entri con il peso delle tue tradizioni e i tuoi valori , certamente , ma devi muoverti con la velocità e la leggerezza di Messi e di Ronaldo . Un lavoretto di trasformazione non facile , anche perché i Gunners sono , allo stesso tempo , la squadra della Regina Elisabetta II e dello scrittore Nick Hornby , quello di « Febbre a 90° » per intendersi . Due mondi in uno . Gazidis vince la sfida economica facendone il quinto club più potente al mondo . A chi gli ricorda che non ha avuto uguale fortuna nei risultati sportivi risponde che se mai l ‘ Arsenal tornerà a vincere la Premier , o la Champions , lo dovrà ai suoi saldissimi fondamentali economici . E comunque il popolo dei tifosi – nobili e intellettuali compresi – si divertono e in quella casacca rossa e bianca si identificano . Appartenenza , identità e passione . Parte tutto da qui il credo di Gazidis . Dalla gente , non dai business plan o dal mercato . Nelle rare interviste usa un ‘ iperbole brutale ed efficace . Dice più o meno così . . . Guardiamo una partita e vediamo 22 milionari che pigliano a pedate un pezzo di cuoio e tentano di infilarlo in una rete. Se il calcio è questo , chi se ne frega ? No, il calcio è emozione, calore, orgoglio di appartenere a una bandiera . Per questo è fondamentale il lavoro della famosa Academy che all ‘ Arsenal porta ogni anno due o tre giovani in prima squadra . Uno schema che verrà replicato al Milan , tanto che nella sua prima apparizione milanese si è materializzato al Vismara , il campo dove crescono i nuovi talenti . Per il tifoso , pensa il nuovo Ad , il campione cresciuto in casa è il paladino di una buona causa . La prova che la propria passione è ben spesa e ben ripagata . Per questo non si sogna di mettere in discussione Leonardo , Gattuso e soprattutto Maldini , che vede come la perfetta incarnazione dell ‘ eroe rossonero , della storia e dei valori da cui il Diavolo deve partire per riconquistarsi un posto in paradiso .

Poi , ma solo dopo , viene la parte pratica . Cioè il bello e il difficile . Il progetto di Gazidis non si cura troppo , almeno per ora , delle scadenze temporali . L ‘ importante è il metodo . Declinato in quattro semplici parole d ‘ ordine : 1 ) Football First : non c ‘ è altra stella polare che il calcio e i risultati sportivi . 2 ) Stadio di proprietà : come si è detto in coabitazione con i nerazzurri perché il peso dell ‘ investimento è ripartito tra le due società e aumenta il ritorno per gli sponsor . 3 ) Crescita internazionale sul piano commerciale e dei servizi : investimenti sul marketing , il rapporto con i fans , il digitale e il merchandising sfruttando appieno la notorietà del brand Milan in tutto il mondo . 4 ) Attenzione massima ai rapporti con l ‘ ecosistema calcio : Scaroni si curerà della Lega e della Fige , mentre lui si occuperà in presa diretta del fronte internazionale . A chi gli fa notare che nel passato recente il Milan ha perso quattrini a bocca di barile , in media un centinaio di milioni l ‘ anno , e che il financial fair play della Uefa incombe come un cappio , Gazidis risponde rovesciando la logica del discorso con un sorriso sornione : ha sempre lavorato in realtà dove la disciplina di bilancio è la regola , eppure ciò non ha frenato le ambizioni , anzi ha sviluppato efficienza e creatività . Insomma , non dice che tirare la cinghia aguzza l ‘ ingegno e fa bene ai club , ma lo pensa eccome . Vent ‘ anni fa il calcio italiano aveva il mondo nelle sue mani , ma non ha investito su se stesso ed è finito in serie B . Ora , l ‘ intero movimento ha l ‘ occasione per tornare a volare . E il Milan deve diventarne un propulsore , ruolo che non dev ‘ essere lasciato alla sola Juventus . Dunque , che tipo di amministratore sarà Gazidis ? Che ruolo gli ha ritagliato Elliott ? L ‘ azionista è un fondo d ‘ investimento con un ‘ impronta famigliare e un modus operandi particolare : l ‘ impegno nel Milan può essere anche di lungo periodo e senza particolare scadenza . Per questo ha individuato un manager d ‘ esperienza in tutti i settori societari , compreso quello sportivo , e l ‘ ha messo al timone . Lo skipper è indiscutibilmente lui . Ma come in una barca da regata , il suo successo dipende dalla capacità di coordinare , di disegnare un modello di connessione tra le grandi professionalità di cui è composto l ‘ equipaggio . Tenendo conto che il nuovo Milan parte controvento ed è chiamato ad affrontare mari tempestosi .

D ‘ altronde il nostro uomo ha sempre mostrato una propensione particolare per le sfide. Lo affascina l ‘ idea di abbandonare la sua «comfort zone » , la nicchia di successo personale , la strada che conosce , per inventarsi un nuovo percorso , un ‘ avventura in cui giocarsi tutto . Curioso notare come lo stesso concetto di « comfort zone » sia stato utilizzato dall ‘ altro marziano, CR7 , proprio sulla Gazzetta , per spiegare il suo addio a Madrid. Qualcosa li accomuna: il gusto del rischio e le idee chiare . Gazidis non ha paura di affermare che il calcio è prima di tutto inclusività e diversità . Non teme la politica e lo stato incerto del Paese in cui è atterrata la sua astronave. In chiusura, tradisco l ‘ impegno solenne a non virgolettare nulla di quanto ho sentito perché penso che ne valga la pena: « Il calcio è bellezza , e la bellezza è una forza potente nel progresso di una società » . In bocca al lupo, Ivan, anzi Aivan. « Crepi » risponde lui, in perfetto italiano. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Dicembre 11, 2018. Gazzetta dello Sport

Pirlo uomo d’affari, quando la mattonella è maledetta | Calciomercato.com

Pirlo uomo d’affari, quando la mattonella è maledetta
del 17/11/2014, 12:45
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BUSINESS PERSONALI
Pirlo, che mattone.
Il mattone non dona ad Andrea Pirlo. Da quattro anni il giocatore della Juventus ha investito parte dei suoi guadagni in immobili, creando due società ad hoc: la Verdi e la Magenta 10, che gestiscono case di lusso e terreni per un valore totale di 30 milioni.

Tuttavia, per il momento, a Pirlo è toccato solo ripianare le perdite che si sono accumulate di anno in anno. La Verdi, che nel 2011 aveva perso 133 mila euro, ha ridotto il rosso arrivando nel 2013 fino a un sostanziale pareggio. La Magenta però non è riuscita a emulare la società gemella, e dai 236 mila euro persi nel 2011 è passata ai 113 mila euro di rosso dell’anno scorso.

A suggerire le strategie a Pirlo nei due consigli sono Erminio Del Signore, factotum del Milan e uomo vicino ad Adriano Galliani, insieme a Manuel Bonzano, braccio destro di Luigi Zunino ai tempi della Risanamento. Nel consiglio della Magenta una poltrona è riservata all’amico ed ex compagno di squadra Alessandro Nesta.
— Read on m.calciomercato.com/news/pirlo-uomo-d-affari-quando-la-mattonella-e-maledetta-448559

Le case della onlus? Vendute a prezzi stracciati ai campioni del Milan

Sono rivelatori gli intrecci societari tra questi acquirenti. Erminio Del Signore, nato in Venezuela, è un immobiliarista molto vicino all’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani. Fa il mediatore e tratta per i calciatori l’acquisto di case. Del Signore, in particolare, è socio di Bonzano nella Nikos (costruzione, compravendita e affitto di immobili) insieme a un altro ex campione rossonero, il brasiliano Kakà. E attraverso la Detho srl partecipa a un’altra società che ha lo stesso oggetto, chiamata Verdi, nel cui atto costitutivo figurano come azionisti lo stesso Bonzano e il campione del mondo Andrea Pirlo, altro ex milanista. Oggi Bonzano non è più nella Verdi. In compenso c’è la suocera, Maria Emma Vigna, madre di Clementina Cossetti. Ciascuna di queste persone trarrà consistenti vantaggi dall’acquisto degli appartamenti della Fondazione, direttamente o tramite familiari. Con buona pace del decreto legislativo 460 del 1997, che per le onlus (enti con un particolare regime civile e fiscale) «dispone una serie di vincoli per l’utilizzo del patrimonio», precisa l’avvocato Paola Patruno, la penalista che assiste il dirigente autore dell’esposto.

Le visure mostrano che Del Signore sigla il primo affare il 6 ottobre 2011 con l’acquisto dell’intero primo piano di via Legnano 10: un appartamento di 100 metri quadrati e un altro di 150, pagati in tutto 955mila euro. Sottolinea Giuseppe Francone, in una perizia giurata di parte, che in quel periodo l’Agenzia delle entrate indicava – per abitazioni signorili in ottimo stato nella fascia centrale del parco Sempione – valori compresi tra ottomila e 11.500 euro al metro quadrato. A conti fatti, Del Signore compra alla metà del minimo: quattromila euro al metro quadrato. L’intero sesto piano e l’intero settimo piano, composti da appartamenti dello stesso taglio, vengono invece venduti, nel novembre 2011, rispettivamente a 1,3 e a 1,5 milioni.
— Read on m.espresso.repubblica.it/plus/articoli/2016/07/20/news/fate-la-carita-a-ibra-1.278058

Paolo Maldini sempre al top: a 49 anni pare ancora un ragazzino – Tiscali Sport

(KIKA) – MIAMI – Paolo Maldini sembra aver trovato la formula segreta per l’eterna giovinezza. A 49 anni infatti, lo storico capitano del Milan e della Nazionale è ancora in forma smagliante come mostrano queste foto in arrivo da Miami Beach dove è stato fotografato dopo una giornata in spiaggia in compagnia di un paio di amici. Asciutto e con il solito bel sorriso, l’unico segno del tempo che mostra è un accenno di barba brizzolata.

ECCO LE FOTO

http://www.kikapress.com/gallery/paolo-maldini-sempre-top-49-anni

La bandiera rossonera è tornata di recente a far parlare di sé per il suo (sfortunato) debutto da tennista professionista e per l’offerta ricevuta dalla Federcalcio Italiana che lo vorrebbe investire della carica di nuovo Team Manager della Nazionale.

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PAPA’ MALDINI ALLENA I FIGLI A CAVALCARE LE ONDE

ESCLUSIVO – Pap? Maldini allena i figli a cavalcare le onde

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