HIGUAIN: “I WANT TO TAKE AC MILAN BACK TO THE TOP”

Gonzalo’s new adventure started from Casa Milan: “I was convinced by the project”

A new adventure, a new era that starts with all the enthusiasm always shown by Gonzalo Higuain. The Argentinian striker starred in the second press conference of the day. After the presentation of Mattia Caldara, once again at Casa Milan El Pipita addressed the media for the first time as a Rossonero.

THE PRESIDENT
“Having a top player like him is essential for our growth. I am sure he will do great things. He’s the player who has scored more than anyone else since he arrived in Serie A. It warms my heart to have him with us”.

LEONARDO
“AC Milan have an enormous appeal. I didn’t need to convince Gonzalo. It was an unusual negotiation, and the key moment was when we met in person. Having such a forward as Higuain is something extraordinary for us”.

EL PIPITA
“I want to thank AC Milan for the great effort made to have me here. I was convinced by the project. It’s a fascinating challenge and I hope to repay their trust. I am proud to be here, I hope to do great things for this club and its fans: I want to take AC Milan back to the top.

ON HIS DECISION TO WEAR THE RED AND BLACK
“I already knew Leonardo and this was a key element in my decision. I can only thank Juventus for the two splendid years I spent there.

EXPECTATIONS
“I believe in this team, I already liked this team last season. I have played for clubs whose goals was to win and now I am here at AC Milan: my goal is to take the club there. Chelsea? The only one who wanted me was Sarri, while here everybody wanted me. We are a great team and we can do great things together.

SHIRT NUMBER
“I have already worn important jerseys in the past. I only have to prove to those who decided to invest in me that they have made the right choice. Mentality will make the difference: if this team believes they can go a long way, they will. We have to believe in ourselves.

MILANELLO
“I was impressed with Milanello, I have never seen anything like this in 12 years in Europe. You feel the history of the club, there’s lots of green: it’s pure football, it gives you goosebumps.

DERBY
“Who will win between you and Icardi? The answer is pretty obvious…

FORWARD LINE
“We have a good forward line. There are lots of different players, with the qualities I like. Cutrone? He’s young, there will be a healthy competition between us.

STAR OF THE CLUB
“I don’t consider myself the star of this club. The whole team is the star, I just have to do my bit. You win games as a team, not just with the individuals. I spoke with Gattuso and this chat we had helped me with my decision to come here.

EUROPA LEAGUE
“We have to play to win it, it’s one of our goals. It would be amazing to take home a European trophy”.

https://www.acmilan.com/en/news/interview/2018-08-03/live-higuains-first-words-as-a-rossonero

C’era una volta Maldini

Once Upon a Time, Maldini

Paolo Maldini è ritornato al Milan, al suo posto nel mondo.

Paolo Maldni回到了米兰,回到了世界上专属于他的那个地方。

Gli ultimi cinque minuti dei centosessantacinque che compongono uno dei grandi western crepuscolari della storia del cinema, C’era una volta il West di Sergio Leone, iniziano con Armonica (Charles Bronson), pistolero solitario dal passato tormentato, che assiste alla morte del bandito Cheyenne (Jason Robards), rimasto freddato nello scontro a fuoco finale. Nelle intenzioni del regista e dei suoi giovani e clamorosi sceneggiatori (Dario Argento, Bernardo Bertolucci e il più esperto Sergio Donati) con lui muore un’epoca intera, muore il concetto stesso di western tradizionale. Il silenzio pensieroso di Armonica viene interrotto dal fischio lontano di un treno in arrivo. Lo sguardo si perde all’orizzonte. La cinepresa sale e poi scende vertiginosamente nella vallata dove sta nascendo un nuovo villaggio, un nuovo paese, un nuovo popolo.

长达165分钟的《西部往事》*是西部片影史上最耀眼的一道暮光。影片的最后5分钟,有着苦难过去的孤独的枪手“口琴家”(Charles Bronson饰)见证了强盗Cheyenne的死,在最后一次的交火之后,“口琴家”与导演Sergio Leone以及他年轻的编剧们(Dario Argento,Bernardo Bertolucci,Sergio Donati)一道埋葬了一个时代,给传统意义上的西部片画上了句号。远处驶来的火车笛声打破了Armonica的沉默,他凝视的目光消逝在地平线上。镜头缓缓拉起推近山谷,那里,新的村庄,新的国家,新的人民正在诞生。

L’imperiale colonna sonora di Ennio Morricone conduce le danze, e guida la camera che corre sui binari, si sofferma sulle carrozze a cavalli, gli operai che scavano e picconano, i passeggeri che scendono con un salto dal treno ancora in corsa. Claudia Cardinale, la donna più bella del mondo, dà sollievo all’operosa popolazione di Sweetwater portando loro due brocche d’acqua per dissetarli. In disparte, forse escluso da questo quadro idilliaco, Armonica se ne va dall’altra parte trasportando il corpo senza vita di Cheyenne, prima di uscire di scena. Il futuro sta iniziando.

在Ennio Morricone深沉悠长的配乐声中,火车沿着铁轨疾驰而来,停在一辆马车边上,采矿工人从火车上跳下来跑远,世界上最美丽的女人Claudia Cardinale(在本片中饰演女主Jill McBain)拎着两壶水走进甜水镇上忙碌的工人中给他们倒水解渴。与这欣欣向荣的场面不太协调的是,“口琴家”骑在马上,右手牵着驮着死去的Cheyenne的尸体的马,缓缓走出了画面。未来正在到来。

“Che cosa hai fatto in tutti questi anni?” “Sono andato a letto presto”.

A proposito di Sergio Leone, solo un uomo di sport potrebbe recitare la storica battuta di Robert De Niro in C’era una volta in America senza risultare ridicolo, e quell’uomo è Paolo Maldini. Leone era maestro impareggiabile di flashback e si sarebbe trovato particolarmente a suo agio a raccontare la dinastia dei Maldini, l’ultimo esempio di aristocrazia rimasto in Italia.

导演Leone是独一无二的倒叙大师,如果让他像《美国往事》里讲述Roberto De Niro(在《美国往事》里饰演主角)的故事一样讲述一名运动员的故事,也许只有Paolo Maldini,意大利最后的贵族,是合适的人选。

Certamente avrebbe iniziato non dal principio, non dal 26 giugno 1968, giorno a cui risale la prima fotografia conosciuta di Paolo, e neanche dal primo provino per il Milan in cui il maestro chiese al padre del bambino “Dove vuole che lo faccia giocare?”, e Cesare gli rispose “Faccia lei”, e se ne andò. Ma avrebbe iniziato da splendidi momenti western pieni di silenzi e cura del dettaglio, proprio come Paolo Maldini stesso. La camminata nel tunnel ad Atene 1994, prima di affrontare da improvvisato difensore centrale la squadra più forte del mondo, il Barcellona di Romario e Stoichkov. O le barricate sugli attacchi dell’Inter nei minuti finali della semifinale di ritorno di Champions 2003, in balia di uno dei pochissimi giocatori in grado di far soffrire sempre Castore Maldini e Polluce Costacurta, l’imprendibile Oba Oba Martins.

Naturalmente, nonostante le nobili origini, la costruzione di un mito passa obbligatoriamente anche da una rigida educazione siberiana. Così, in omaggio a quel film sempre sognato e mai girato sull’assedio di Leningrado, Leone avrebbe dedicato lunghi frammenti all’ingresso di Paolino nell’età adulta, avvenuto a Udine in un pomeriggio freddissimo del gennaio 1985 che seguiva di pochi giorni una storica nevicata che aveva messo in ginocchio l’Italia intera, fino a provocare veri e propri disastri architettonici, come il crollo del Palazzetto dello Sport milanese costruito solo nove anni prima. Le leggende su quel secondo tempo si sarebbero sprecate: le scarpe più strette di due misure, Liedholm che gli chiede “Malda, vuoi giocare a destra o a sinistra?”, la sliding door del compagno di squadra Stefano Ferrari che sarebbe dovuto entrare al posto suo, e tanti anni dopo fu riportato alle cronache da Sky che era diventato un rappresentante di piastrelle. E ancora, ancora…

Un’altra vita
In questi tempi cinici, cosa porta il tifoso milanista a fidarsi a scatola chiusa di un Paolo Maldini dirigente di chissà cosa? È soltanto l’essere perdutamente innamorati di un’idea, l’inguaribile romanticismo rossonero velato di nostalgia dei bei tempi andati, che ultimamente ha rischiato spesso il capitombolo nella vieta retorica del “certi amori non finiscono”? La carica, inedita a queste latitudini, di Direttore Sviluppo Strategico Area Sport è stata illustrata solo in parte nella conferenza del 6 agosto. «Lavorerò in simbiosi con Leonardo» è stato il senso ripetuto più volte dai due Starsky & Hutch del nuovissimo Milan.

Ma forse il discorso non è questo, e stiamo guardando il dito invece che la luna. Forse tutte queste righe precedenti non si applicano a un uomo del calibro di Paolo Maldini. Maldini non è quel tipo di campione che “ora però spieghi” come sta recentemente capitando a Bonucci, o “a cui si perdona tutto”, come Maradona per i napoletani. Maldini non ha mai avuto nulla da farsi perdonare. La sua dirittura morale ha pochissimi esempi nella storia dello sport: Federer, forse Michael Jordan, nel calcio italiano solo Zoff o Scirea, campioni di un’epoca lontana, meno mediatica e rumorosa, dove vent’anni di carriera scorrevano a volte lisci come un paio d’ore.

Oggi che il tiro al piccione al personaggio famoso si è lentamente guadagnato il rango di sport nazionale, e nessun calciatore è stato immune troppo a lungo da polemiche sanguinose, da Totti a Buffon, da Del Piero a Vieri a Pirlo, fino ai Palloni d’Oro Baggio e Cannavaro, Paolo Maldini è stato la magnifica eccezione. Anche la delicata circostanza di essere allenato in Nazionale dal papà, che in altri contesti avrebbe sollevato feroci accuse di raccomandazione (da padre a figlio, ma anche viceversa), è stata affrontata e digerita come cosa normalissima, suffragata da fatti inoppugnabili: Paolo era il più grande difensore del mondo, Cesare era il commissario tecnico più vincente della storia dell’U-21.

Così Maldini ha attraversato le epoche sempre uguale, sempre marziale, sempre a testa alta. Mai un gossip sulla vita privata, che lo vede legato da trent’anni ad Adriana Fossa, che si innamorò di lui a San Siro vedendolo segnare un gol all’Avellino nell’autunno 1987 – e come in una commedia degli equivoci anni Ottanta, l’amica digiuna di calcio che si era portata appresso pensò che fosse dedicato a lei, quel grosso striscione in curva Sud con su scritto “Fossa”.

Nella sua infinita trasvolata rossonera è passato sopra oceani e città, l’avventuriero Farina, la colossale epopea del berlusconismo, otto allenatori diversi, vari amministratori delegati solitari o in coppia, centinaia di compagni di squadra, Istanbul, le luci di Marsiglia – «Fece bene l’UEFA a squalificarci!», sostiene anzi, ogni volta che viene interpellato sull’argomento – l’inesorabile depressione del post-carriera affrontata migliorando la volée di rovescio («Ma al primo punto mi sono stirato», dirà commentando l’esordio in doppio a livello ATP a 49 anni, in un torneo Challenger a Milano). Si è accostato al tritacarne dei social network senza fare rumore ma con carisma e poche nette parole. Solo la sera prima dell’annuncio si è lasciato andare a un attimo di vanità da neo-cinquantenne, esibendo i muscoli del capitano, con il sacco da pugile ben visibile sullo sfondo, sfoggiando uno sponsor tecnico diverso da quello nuovo che da un mese campeggia sulle maglie del Milan. Se deve mandare un messaggio comunica in inglese, se deve argomentare un concetto lo sviluppa in italiano, come ha fatto nell’ottobre del 2016.

Scrisse un lungo post su Facebook per giustificare i motivi del suo rifiuto alla proprietà cinese, con passaggi che oggi risultano profetici, come il non voler diventare un sottoposto del direttore sportivo Massimiliano Mirabelli. E una chiosa finale da conferenziere consumato, qualifica inusuale per Maldini che, per sua stessa ammissione nella conferenza di lunedì scorso, è diventato “un chiacchierone” solo di recente. «Io difendo il diritto delle persone a capo di Società importanti come il Milan di poter scegliere i propri collaboratori in base ai criteri a loro più idonei, anch’io farei la stessa cosa nella loro posizione, ma ribadisco anche che i miei valori e la mia indipendenza di pensiero saranno per me sempre più importanti di qualsiasi impiego».

Un’altra dote innata di Paolo Maldini è quella di saper spegnere le rarissime querelle attorno alla sua figura con un cenno della mano. Le uniche due vere polemiche della sua carriera furono subito derubricate a futili “non-polemiche”. La prima era legata alla sconfitta contro la Corea nel 2002, quando il piccolo Ahn gli saltò in groppa segnando il golden gol che eliminò l’Italia dal Mondiale nella triste notte di Byron Moreno. Qualche giorno dopo un incauto cronista gli chiese se si sentisse un giocatore finito. Lui lasciò correre e rispose con la miglior stagione della sua vita, coronata dallo storico trionfo di Manchester, quarant’anni e sei giorni dopo l’alzata di coppa di suo padre a Wembley (Cesare e Paolo Maldini sono gli unici padre e figlio che hanno alzato da capitani una Coppa dei Campioni).

La seconda polemica riguardò nel 2009 l’ultima partita a San Siro, “rovinata” – secondo la vulgata – dai fischi dei suoi stessi tifosi. Un argomento, questo, usato più spesso dalle tifoserie avversarie come arma derisoria verso i tifosi del Milan, che non un modo oggettivo di inquadrare la faccenda: a fischiare, per motivi ben poco calcistici, era stata la minoranza di una curva che è già, per definizione, minoranza di una tifoseria intera. E nessuno sentì mai di dover sposare le ragioni anti-maldiniane che, secondo il comunicato vergato il giorno dopo dai contestatori, affondavano le radici nella famigerata contestazione della Malpensa al rientro da Istanbul.

Tutti sanno che se in Milan-Liverpool 2005 c’era un giocatore incontestabile questo era certamente, ovviamente, Paolo Maldini. «Avevamo giocato una finale stupenda, nettamente meglio del Liverpool. All’aeroporto siamo stati contestati: dovete chiederci scusa. Io giocavo da una vita e dovevo chiedere scusa ad un ragazzo di 20 anni? E poi scusa di cosa? Di aver perso una perso una partita giocata in modo straordinario? Per inciso, quella sera il Liverpool ci surclassò a livello di tifo». E lunedì, interrogato sulla questione, la risposta di Maldini non avrebbe potuto essere più serena e pacificante: «I tifosi del Milan mi amano, il mio rapporto con loro è stupendo».

Insomma, non è mai stato aperto alcun fronte polemico credibile contro un giocatore da oltre mille partite ufficiali in carriera, di cui oltre cento in Nazionale, che ha perso quattro Mondiali consecutivi senza mai uscire sconfitto ai tempi regolamentari (tre volte fuori ai rigori, una al golden goal). Un giocatore che nessuno, da Ibrahimovic a Ronaldinho, da Alex Ferguson a Guardiola passando per Puyol, Lahm, Chiellini, ha avuto difficoltà a inserire in un’ipotetica top 1 dei migliori difensori di tutti i tempi.


UEFA Champions League Final: Liverpool v AC Milan
Paolo Maldini esce dal campo nella finale di Atene. Foto di Alex Livesey / Getty Images.

L’unica labile accusa che gli si potrebbe muovere è quella di essere nato “fortunato”, di nobile stirpe, già naturalmente indirizzato al successo. Certamente Maldini ha avuto la fortuna, negata a Baresi a inizio carriera, di schivare anni pessimi come quelli della doppia Serie B; ma si potrebbe obiettare che quegli anni splendidi dal 1986 al 2009 sono stati possibili anche grazie a lui, “il più forte difensore della storia del calcio, un Cabrini ancora più bravo a chiudere e non meno bravo ad attaccare”. Uno che ha rifiutato le danarose offerte di Arsenal, Manchester United e Chelsea a metà anni Novanta, quando il Milan prese improvvisamente a finire i campionati decimo o undicesimo, perché «andare via nei momenti bassi non si fa», e il riferimento al capitano uscente del Milan non è mai stato più fragoroso.

“Me lo impone la storia”
Se cercate indizi in grado di seminare il dubbio sulle reali capacità manageriali di Paolo Maldini, non è qui che li troverete. Forse non li troverete da nessuna parte. Perché ancora oggi, a cinquant’anni suonati, Maldini emana una luce accecante che non dev’essere troppo diversa da quella che investe Dante Alighieri nel canto XXXIII del Paradiso. È una frase che può suonare stucchevole nel mondo iper-cinico in cui viviamo, in cui persino il Papa, il Presidente della Repubblica e alcuni basilari principi scientifici vengono messi ferocemente in discussione.

Ma non è facile andare contro Maldini, che si porta a spasso da cinquant’anni quella regalità e quel portamento che gli danno sempre l’impressione di sapere perfettamente cosa sta facendo. Non è facile attaccare un uomo che esibisce pubblicamente la sua assenza di difetti e che certamente tra i tanti doni ricevuti dalla natura non ha avuto l’umiltà, ma quando decide di essere umile lo diventa sul serio, come per magia.

I giornalisti in conferenza stampa erano ancora più impacciati di lui, in quel frangente in cui sentivano il peso dell’obbligo di fargli delle domande il meno banali possibile. Nella sua mezz’ora abbondante di conferenza stampa a Casa Milan avrebbe anche potuto tacere, lasciando la scena al presidente Scaroni o al più disinvolto Leonardo, uomo di mondo, per tutte le stagioni, già meravigliosamente a suo agio nella nuova veste che probabilmente si è disegnato da solo anni fa in qualche atelier parigino.

Invece ha parlato, e nessuno ha mai avuto la sensazione che fossero parole di circostanza. Bisbigliava, attento a non andare mai fuori dai margini, che nessuno si azzardasse a pensare che a Maldini tutto è concesso e tutto è dovuto. È stata evidente, a tratti, qualche incrinatura della voce, così come la mano continuava a tremargli anche nei minuti seguenti, intervistato nella cornice più confortevole del canale ufficiale del club. Non avendo sulla schiena nient’altro che quelle sette lettere maiuscole, Maldini avrebbe dovuto e potuto porsi il problema di come giustificare quest’incarico così delicato: invece ha detto semplicemente «La mia storia mi impone di essere qui», come fosse un generale napoleonico, e nessuno ha avuto niente da ridire. Perché non c’è niente da ridire.

Sul primo piano finale di un uomo dallo sguardo fiero, tipico marchio di fabbrica di Sergio Leone, ci tocca tornare alla metafora iniziale. In questo struggente “C’era una volta al Milan” di cui non si conosce il finale, chi è Maldini? Non è il bandito Cheyenne, che prima di morire fa in tempo a essere buon profeta sulla brulicante new town che sta nascendo laggiù: «Sarà una bella città». Non è Claudia Cardinale che si dà da fare finalmente sorridente (per la professione che esercita nel film, qualche tifoso piuttosto sarcastico potrebbe paragonarla a Leonardo). Non è neanche Armonica, nonostante gli occhi azzurri, perché Maldini nel nuovo film ci rimarrà a lungo, probabilmente da protagonista.

E allora cosa stiamo dimenticando? Ma sì, la sinfonia di Morricone che avevamo nelle orecchie dall’inizio, fino a darla per scontata come fosse un elemento del paesaggio. Paolo Maldini è la grandiosa musica di sottofondo di un mondo che si rimette, finalmente, a lavorare.

https://www.ultimouomo.com/maldini-milan/

THE PIONEERING AC MILAN LAB THAT EXTENDED PLAYERS’ CAREERS


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If you were to ask a Real Madrid fan about Fernando Redondo, there is a distinct likelihood they would begin with a smile. Given the title of ‘El Principe’, Redondo helped the club to two Champions League titles in his six seasons at the Santiago Bernabéu, bewitching the fans with his technique. An elegant runner with a graceful left foot, his poise was such that he could turn decisively in close situations to sashay clear of his marker.

Thanks to the passing of time, Manchester United fans may have a similarly appreciative reaction if asked to discuss the Argentine, having watched him embarrass Henning Berg in a 3-2 victory for Real over the then-European champions at Old Trafford in a 2000 Champions League quarter-final tie. Advancing down the left touchline, Redondo ran with his back to Berg, before back-heeling beyond the Norwegian to recollect the ball at the byline. From there he teed up Raúl to finish into an open net. It was an astonishing piece of skill that etched itself into the minds of those who bore witness to it.

Months after that moment – and more European silverware – Redondo was unmercifully flogged to AC Milan. Real Madrid fans protested his sale, but Milan fans barely had time to celebrate his arrival. In one of his first training sessions with the Italian club, Redondo broke down with a severe injury to his right knee. A player known for his incredible balance and delicate manoeuvring was now without fully functioning apparatus.

The injury was a travesty in many eyes for various different reasons. Fernando Redondowas denied the final years of his extraordinary career and Italian fans were denied the opportunity to see his sumptuous skills up close. The Milan hierarchy were upset for matters of a financial nature. The club had spent €30m in transfer fees plus salary to bring Redondo to Milan. It was seen as money wasted.

Redondo undertook treatment but the cure was not readily forthcoming. He didn’t turn out in the Rossoneri colours for over two years following his signature. He was apologetic for the inconvenience: “Football isn’t only a passion for me, but it’s also my job”, he said. “I know I have a debt with Milan, with its owners, managers, coach, team-mates, supporters … I’ve a big debt to pay.”

His wording is strange, particularly his use of the word ‘debt’. It suggested he viewed himself in much the same way as the Milan board did; a product that had indefinitely depreciated in value. He suspended his salary and attempted to give back the house and car that had been given to him.

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Aged 33, Redondo would eventually make his debut for Milan in the 2002/03 campaign. He would play a part for two seasons, but he wasn’t one of the best deep-lying midfielders in the world; he wasn’t the man Milan had signed. Milan resolved never to allow such a situation to arise again in future.

“You can drive a car without a dashboard, without any information, and that’s what’s happening in football. There are excellent drivers, excellent cars, but if you have your dashboard, it makes it just a little bit easier.” Jean-Pierre Meersseman.

Science plays a prevalent role in all sports and football is no exception. The days of players getting leathered on lager the evening before a game aren’t even a distant memory. Those days have long since passed into sporting legend, something to chuckle over in bewilderment at the naiveté of the times.

As far back as the 1980s, Dynamo Kyiv were making use of scientific testing and rigorous analysis to accurately assess individual players and their place in the team, with the help of Professor Anatoly Zelentsov. Dynamo’s legendary manager Valeriy Lobanovskyi believed in the principles of using computers and statistics as a means for proactively mitigating error and enhancing fitness and organisation. To this end, his relationship with Zelentsov was integral to the success of his team. Dynamo won domestically and on the continent with opponents in awe of their physical and athletic capacity.

Jean-Pierre Meersseman was not considered a football man. The Belgian was, and is, a chiropractor, albeit one with some intriguing concepts relating to the human body. Having advised the club for years, he became more involved with AC Milan in the early noughties, founding the Milan Lab in 2002. The project had a lot to do with the fate that befell Fernando Redondo, and dovetailed perfectly with Carlo Ancelotti’s managerial spell.

Although not specifically attributed to the team line-up itself, Meersseman’s ideology produced sound bites that would not have looked out of place were they to have come from the mouth of a certain Professor Zelentsov. One example of this came when he declared, “1/100th of a second is winning the Olympics or losing them … it’s the same for football players.”

The belief that the difference between victory and defeat was so microscopic fuelled Meersseman and the Milan Lab in their pursuit of meticulous data collection. The main aim was to gather so much information on each Milan player that individual injuries could be foreseen and prevented rather than merely treated. It was proactive rather than reactive.

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The Milan Lab incorporated many different techniques including kinesiology, psychology and neurology to ensure the enhanced fitness of players. Clarence Seedorf joined the club around the time of the Milan Lab’s inception. On his first day with the club, he made his way to the Milanello training facility and wandered into the Lab. The Dutchman would have his wisdom teeth pulled out in order to correct an issue with his groin. Temporarily painful, perhaps, but as the following decade was to prove, the end justified the means.

Within a year, the Milan Lab was proving its worth. The number of total practice days lost had decreased, as had the club’s use of medicine. Injuries had lowered drastically. Meersseman’s methods may have seemed unorthodox to the outsider, but they were working.

In 2003 Milan improved to a third-place finish. That same season they also thrashed Roma over two legs to win the Coppa Italia. In between those two legs, they defeated Juventus on penalties to lift the Champions League. That the final was seen as one of the most boring in recent memory was negligible; Milan were champions of Europe for the first time since 1994.

The next season Milan would win the scudetto comfortably, finishing 11 points clear of Roma having lost just two games throughout the Serie A campaign. It was the club’s best league record since the expansion of the competition format in 1988, in this sense besting legendary former Milan managers, Fabio Capello and Arrigo Sacchi. For some, this was the peak of Ancelotti’s Milan.

Having also picked up the European Super Cup in that exceptional 2003/04 season, the club would finish second behind the Juventus the next year. That wouldn’t be the only heartbreak, however, as they threw away a 3-0 first-half lead to lose on penalties to Liverpool in the Champions League final.

In 2007, Milan steeled themselves for revenge as they once again prepared to face Liverpool in the Champions League final. Memories of two years prior lingered, evoking harrowing reminders of the consequences of complacency. This Milan team was too old and too wise to repeat the mistakes of history, though.

In fact, this team was the oldest, wisest group of players to walk out for a Champions League final in the tournament’s history. Just four of those in the starting line-up were below the age of 30, and three of them were in their late-20s. Only Kaká provided some semblance of youth at 25. But age was no barrier for this group. They ran out 2-1 winners thanks to a double from Filippo Inzaghi, their 33-year-old poacher. Their captain, the resolute Paolo Maldini, became the oldest to lift the trophy at 37.

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Trophies of a continental and intercontinental variety were the last pieces of silverware Ancelotti would win as manager of AC Milan before his departure in 2009. His spell in charge is mentioned in the same breath as that of Capello, Sacchi and Nereo Rocco. So what did the Milan Lab have to do with it?

It’s hard to quantify the exact level of influence the Milan Lab had given that the project coincided with one of the club’s greatest ever managers. It must be assumed that Milan benefited from an effective correlated trident of Ancelotti’s management, the qualities of an outstanding squad of players, and Meersseman and his unscrupulous attention to detail in the treatment of those wonderful players.

Those that made use of the Milan Lab facility testified to its positive effects. Such testimony could be the victim of nostalgia, however. Praise can be prone to over-eulogising and is not measurable. The same cannot be said of statistics.

Judging by the results proclaimed and in evidence, Meersseman and his Milan Lab reduced the susceptibility of the club’s players to injury, increased their fitness, and prolonged their careers. It allowed Milan to maximise what they were able to produce from an ageing yet world-class generation.

Maldini and Alessandro Costacurta were already in their mid-30s by the time the Milan Lab was put in place. They carried on playing into their 40s before retiring having spent their entire careers with Milan. The likes of Alessandro NestaAndrea Pirlo, Seedorf and Inzaghi, as well as Massimo Ambrosini, Gennaro Gattuso and Serginho played on well into their 30s. Indeed, Pirlo is still pulling the strings now, albeit away from the San Siro; the dulcet tones of his right foot having set the rhythm for an incessantly harmonic Juventus side in recent years.

There were few blots on the copybook. Nesta spent the majority of the 2008-09 campaign out with serious back problems but recovered to play another three seasons. Gattuso spent six months on the sidelines that same season, but he too would return for a few more years of regular football. Inzaghi struggled with persistent knee injuries between 2003 and 2005 but was back to full fitness and form by the age of 32.

The Milan Lab worked so well for its incumbent beneficiaries that the club began to sign older players, safe in the knowledge that their careers could be prolonged too. This was the case for Cafu and Jaap Stam. Perhaps the most famous example was David Beckham, who was told upon joining that he would be able to play until he was 38. The Englishman did as advised.

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Meersseman was always given the chance to veto any incoming players, too, something he reportedly did in 2009 when Aly Cissokho’s transfer from Porto was called off at the final hour due to dental issues. This allowance spoke volumes about the level of trust placed in the hands of the Belgian and his methods. He was a huge influence on Milan’s squad and transfer policy in a period of continual success.

These days, Meersseman runs a clinic offering his services to a new clientele. His work with the Milan Lab ceased four years ago, although he is said to retain an advisory role regarding transfers. He continues his chiropractic work in the UK having made his mark in Italy. He remains a smoker.

The Belgian once told an interviewer that “age doesn’t exist”. He believed that age was an irrelevance when compared to the physical and psychological make-up of the individual to perform. With the Milan Lab’s testing, analysis and predictive measures, age was perhaps the only number of no consequence to Meersseman. His viewpoint may be scientifically correct, but even if age doesn’t exist, retirement does.

In 2012, Milan decided against renewing the contracts of Nesta, Gattuso, Seedorf and Filippo Inzaghi. Carlo Ancelotti, like Meersseman, was long gone, though he seemed determined to transpose the theories of the Milan Lab at Chelsea.

Thanks to the science behind the scenes, the club had no doubt saved money on transfer spending and had protected their investments well, but their reliance on older players led to a bottleneck of talent. The effectiveness of the Milan Lab resulted in a lack of succession planning, with a nonchalance seemingly bordering on arrogance that the club could somehow resist the sands of time.

There is a difference between prolonging greatness and stalling inevitable decline and as the greats of the last generation shuffled out of the Milanello and towards retirement, their replacements struggled to continue the legacy.

Massimiliano Allegri was able to stunt the descent, but only temporarily, as the club cut back; selling its finest talent and terminating some of the activities instituted by Meersseman. His Milan Lab continues in name but by 2014 the club had spiralled to eighth in the league, as stark a confirmation as any – for a man with a faith in numbers – that an era was at a close.

By Blair Newman  @TheBlairNewman

https://thesefootballtimes.co/2018/05/03/the-ac-milan-lab-calcio-nesta-maldini-meersseman-inzaghi/

PAOLO MALDINI RETURNS TO AC MILAN

Accepts newly created role of Sporting Strategy & Development Director. The Maldini legend becomes a defining figure in the Club’s new era 

AC Milan’s new chapter is further marked by today’s appointment of Paolo Maldini (“Paolo”) as the Club’s new Sporting Strategy & Development Director. Paolo is a living legend in the Rossoneri’s history for his outstanding class, talent, leadership and loyalty, and his record of achievement is unmatched. Such qualities will play an instrumental role in returning AC Milan to greatness.

The “Maldini” name touches the hearts of all “Milanisti”, symbolising a reign of dedication and success. This history began with the unforgettable Cesare, Paolo’s father, captain of the team which won the first AC Milan’s Champions League trophy in 1963. The strength of Maldini’s dynasty is testified to by the vintage red&black #3 jersey, which has today been withdrawn and can only be worn by other Maldinis.

Paolo’s story at AC Milan is unparalleled, marking his player debut in Serie A at the age of 16 on 20th January 1985. Over the course of his career as a defender, Paolo won 26 trophies, including: 7 National Championships; 1 National Cup; 5 Italian Supercups; 5 UEFA Champions Leagues (playing in 8 finals, a record he shares with Francisco Gento); 5 European Supercups; 2 Intercontinental Cups, and 1 FIFA Clubs World Cup. Paolo retired at the end of the 2008/09 season after 25 glorious years wearing the red&black jersey, 419 of which were as captain and leader of the team.

Paolo ScaroniExecutive Chairman of AC Milan said: “There are few words to describe what Paolo Maldini represents for AC Milan. It was a privilege watching him as a player, winning countless trophies on the pitch, and I am excited and honoured to be working with him today in this new role. Paolo’s leadership and experience will benefit the Club greatly, as will his passion and energy. Today’s appointment is yet another sign of Elliott’s commitment to build a strong foundation for long-term success. It will not be easy and it will take time, but we have ambitious objectives, and Paolo’s appointment is an important step toward returning AC Milan to where it belongs“.

press conference has been arranged for Monday 6th August at 4:30 pm CET at Casa Milan. The conference will be broadcast live on Milan TV, and streamed via social media channels Facebook (Italian language), YouTube (English language).

https://www.acmilan.com/en/news/media/2018-08-05/paolo-maldini-returns-to-ac-milan

The Insider | Contesa sulla buonuscita al Milan, Elliott mette sul piatto 2,5 milioni ma Fassone ne chiede 10

La rivoluzione manageriale del Milan, sotto la gestione Elliott, ha lasciato strascichi in Tribunale. La vicenda che resta maggiormente sotto i riflettori è quella che coinvolge l’ex-Ad, Marco Fassone.
Subito dopo essere stato revocato da Elliott, sarebbe stata proposta a Fassone dal fondo Usa una buonuscita di 2,5 milioni di euro. Ma l’ex-Ad del Milan, sempre secondo le indiscrezioni, avrebbe chiesto una cifra superiore ai 10 milioni di euro, che Elliott si è rifiutato di pagare.
Ora le parti sono in causa e Fassone, che non avrebbe ancora ricevuto la lettera di licenziamento per giusta causa, si è rivolto allo studio legale LabLaw. Fassone baserebbe il calcolo della buonuscita sul fatto che nell’Ac Milan era contemporaneamente amministratore delegato (carica per la quale percepiva attorno ai 200mila euro l’anno) e direttore generale (con 900mila euro l’anno) con contratto fino al 2021. Inoltre la buonuscita, secondo Fassone, era stata definita contrattualmente. Al contrario Elliott baserebbe le sue ragioni sul fatto che questi emolumenti e la buonuscita (oltre alla carica di dg) sarebbero stati pattuiti da Fassone con l’ex-azionista cinese Yonghong Li con un accordo fra le parti.

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