OFFICIAL STATEMENT

AC Milan confirms that Paolo Maldini, the club’s Technical Director, became aware of contact with a person who subsequently tested positive for Coronavirus and began to display symptoms of the virus himself. He was administered with a swab test yesterday, the result of which was positive. His son Daniel, a forward in AC Milan’s youth team who had previously been training with the First Team, also tested positive.

Paolo and Daniel are both well and have already completed two weeks at home without contact with others. They will now remain in quarantine until clinically recovered, as per the medical protocols outlined by the health authorities.

https://www.acmilan.com/en/news/club/2020-03-21/official-statement

AC Milan NOTA UFFICIALE

AC Milan comunica che il Direttore dell’Area Tecnica del Club Paolo Maldini, venuto a conoscenza di aver avuto un contatto con una persona positiva e avendo in corso sintomi da virosi, è stato sottoposto ieri a tampone che è risultato positivo al Coronavirus. Allo stesso modo il figlio Daniel, attaccante della Primavera rossonera aggregato alla Prima Squadra.

Paolo e Daniel sono in buone condizioni e, dopo aver già trascorso oltre due settimane nella propria abitazione senza contatti esterni, come previsto dai protocolli medico-sanitari prolungheranno la quarantena per i tempi necessari alla completa guarigione clinica.

https://www.acmilan.com/it/news/club/2020-03-21/nota-ufficiale

Milan, la solitudine di Maldini, Pioli e dei tifosi – La Gazzetta dello Sport – Tutto il rosa della vita

Maldini, Pioli, i tifosi: quanta solitudine questo Milan

Paolo senza Boban deve decidere se restare o abbandonare. Solo è pure il tecnico, con l’ombra di Rangnick che si allunga sempre più su di lui. E soli sono i supporter rossoneri senza neppure più uno stadio dove sfogarsi

Massimo Oriani@massimooriani9 marzo – 11:56 – MILANO

Albert Einstein parlava di solitudine penosa in gioventù ma deliziosa negli anni della maturità. Paolo Maldini ne ha solamente 51, non è più un ragazzino ma nemmeno arrivato al punto da poterla apprezzare in quanto tale, specialmente se ti avvolge quando più avresti bisogno di una spalla, di qualcuno con cui condividere le pene. Come quell’1-2 col Genoa rimbombato ancor di più nella pancia di un San Siro vuoto e assordante al tempo stesso.

San Siro vuoto durante Milan-Genoa di ieri. Getty

San Siro vuoto durante Milan-Genoa di ieri. GettyCommenta per primo

Paolo è imperturbabile, capitano di mille battaglie, ma in campo sapeva sempre cosa fare. Comandava con la voce e con i gesti, con la testa e con i piedi. Era il faro che conduceva in porto il vascello rossonero, le tempeste gli facevano un baffo. Ora naviga in acque tempestose senza un primo ufficiale di coperta a bordo di quella che somiglia più a una scialuppa di salvataggio che a una portaerei. Domenica nel deserto del Meazza non c’era. Era a casa con la febbre, malanni di stagione, niente coronavirus, tranquilli. Ma anche se ci fosse stato, sarebbe stato dannatamente solo. Coi suoi pensieri, senza la spalla Boban, uno che come lui ha vissuto il campo, il Milan – quello vero non l’attuale brutta e sbiadita copia – che lo ama visceralmente, l’ha nell’anima prima ancora che nel cuore.

Maldini con Stefano Pioli. Lapresse

Maldini con Stefano Pioli. Lapresse

SCELTE

Eppure non voleva. Era stato restio, per tanto tempo. Aveva capito che tenersi alla larga dal “pasticciaccio brutto” alla cinese era cosa buona e giusta. Non era riuscito a tentarlo Silvio Berlusconi, non ci era riuscito Adriano Galliani. Poi ha ceduto all’attuale proprietà, conscio che servisse un milanista per non cancellare ogni ombra di quello che è stato, di un Impero caduto ma con potenziale per rialzarsi. Almeno così credeva. Invece si è ritrovato solo. Senza neppur essere l’unico. Una solitudine in compagnia, contraddizione in termini ma l’istantanea di questo Milan. Solo era Ivan Gazidis sulle tribune di San Siro, ad ascoltare le urla genoane, coltellate profonde a un progetto che non decolla, non può decollare in questo mare magnum di sconforto, confusione e mancanza d’unità d’intenti. In questo Milan delle due anime. Forse alla fine ne resterà una sola, basta sia quella giusta.

Stefano Pioli, 54 anni. Lapresse
SOLO

Solo. Eccola che riaffiora, prepotente e invadente, quella parola che ferisce. Solo è pure Stefano Pioli, condottiero senza scudo. Attorno a lui si è creato il vuoto. Ha perso Boban, potrebbe perdere Maldini, sulla sua testa aleggia il fantasma di Rangnick, se è vero – come sostiene lo stesso Zvone – che l’allenatore è stato ingaggiato sin da dicembre. Difficile trasmettere qualcosa ai tuoi ragazzi quando sai che il tuo progetto è un castello di carte che verrà abbattuto dal vento del Nord, in arrivo dalla Germania. Impensabile credere, ingenuo illudersi, che il Milan visto ieri a San Siro non sia il prodotto di quanto sta accadendo in via Aldo Rossi. Si può essere soli in mezzo alla folla. A contare non è il numero delle persone che ti stanno accanto ma quello di chi lo fa proteggendoti il fianco. Quello di Pioli oggi è scoperto e come in tutte le grandi battaglie della storia, è impossibile vincere quando non lo proteggi.

TIFOSI

Soli lo sono anche i tifosi del Milan. Nemmeno più il conforto delle lamentele da “milanès piangina”, quella condivisione del dolore che lo fa sembrare più sopportabile. Allo stadio non ci si può andare, al bar meglio di no, e se capita a un metro di distanza, quel che basta per farti sentire isolato ancor di più. Con chi te la prendi al gol di Pandev? E al raddoppio di Cassata, tutto fuorché dolce se hai il Diavolo nel cuore? Affiora la nostalgia per chi ha vissuto l’epopea del Grande Milan. Ma almeno può affogare la delusione nei ricordi. Chi ha meno di 25 anni soffre ancor di più, è ancora più solo perché nemmeno quel rifugio gli è dato. Soli. Eppure mai quanto Maldini. Che ora ha davanti due strade: la prima lo porterebbe lontano da questo deserto dell’anima ma anche da quella maglia che porta sulla pelle. L’altra rischia di essere un vicolo cieco, quantomeno oggi è un buio viale dove procedere a tentoni. Nella speranza di non cadere in qualche buca. Rialzarsi, da soli, non è mai facile.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/09-03-2020/maldini-pioli-tifosi-questo-milan-solitudine-3601571654880.shtml

L’importanza di chiamarsi Maldini: tutte le grandi dinastie del calcio mondiale

Con il debutto di Daniel hanno giocato in serie A tre generazioni diverse: un record condiviso con i Cudicini. E all’estero…

Giuseppe Pastore@gippu13 febbraio – 10:23 – MILANO

Cesare non aveva potuto assistere dal vivo al debutto di Paolino. Il suo ruolo di vice-ct della Nazionale, un passo dietro Enzo Bearzot, lo costrinse a restare a casa per guardare Inter-Atalanta a San Siro, in una Milano asserragliata nella morsa del gelo.Commenta per primo

Ma il gennaio del 1985 era destinato a passare alla storia anche per la prima delle 902 partite da professionista di Paolo Maldini, di cui il papà ebbe notizia ascoltando “Tutto il calcio minuto per minuto”: stava guidando su Viale Caprilli e pensò bene di accostare, per evitare pericolosi sbandamenti dovuti all’emozione. Trentacinque inverni dopo Paolo è stato testimone oculare dalla tribuna autorità del battesimo del fuoco di Daniel, gettato nella mischia da Pioli nei minuti di recupero di Milan-Verona. È riuscito a toccare un solo pallone, di testa, su un corner battuto male, ma i suoi tre minuti sono passati alla storia del calcio italiano: è la prima volta che un giocatore italiano veste gli stessi colori di suo padre e di suo nonno.

I MALDINI

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Breve ripasso di storia per i più giovani: Cesare Maldini ha indossato il rossonero per 412 partite dal 1954 al 1966, diventando il 22 maggio 1963 a Wembley il primo calciatore italiano ad alzare da capitano una Coppa dei Campioni, dopo il 2-1 al Benfica. Paolo è riuscito a superarlo in presenze e vittorie, diventando – con 26 trofei – il calciatore italiano più vincente di tutti i tempi: quando ha smesso il Milan ha ritirato la maglia numero 3, onore toccato in passato solo alla 6 di Franco Baresi. Per il 18enne Daniel non sarà facile essere all’altezza del papà e del nonno: ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e lui ha iniziato con due minuti nella bagarre di valore inestimabile. La prima presenza ufficiale segue l’ampio minutaggio concessogli in estate da Marco Giampaolo nell’International Champions Cup; la sua Primavera, dopo la balorda retrocessione dell’anno scorso, sta dominando la seconda divisione anche grazie ai suoi sei gol e quattro assist in nove partite. Per il momento ha scelto un umile 98, sognando magari di spolverare quel numero di maglia custodito in una teca dall’estate 2009.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

I CUDICINI

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I Maldini sono la seconda famiglia italiana a vantare tre generazioni con almeno una presenza in serie A. I primi, anche loro fortemente legati al rossonero, sono stati i Cudicini. Nonno Guglielmo giocò otto partite in serie A con la Triestina dal 1929 al 1934, le ultime cinque in compagnia di Nereo Rocco, futuro allenatore di suo figlio Fabio. Leggerino ma tecnico, soprannominato “il ballerino”, Guglielmo era un terzino che per la sua qualità fu a volte sfruttato anche in attacco. Morì nel 2007 nella sua Trieste, il giorno dopo il suo 104° compleanno. Fabio, altissimo (1 metro e 91) per l’epoca, ribattezzato “il Ragno Nero” per la tinta unita della sua divisa di gioco che richiamava il grande Jascin, giocò a lungo con Udinese, Roma e Brescia ma si lasciò gli anni più belli per il finale, approdando al Milan già ultra-trentenne: uno scudetto, una Coppa Campioni vinta grazie alle sue prodezze in semifinale a Manchester, una romanzesca Intercontinentale vinta in Argentina e una coppa Italia vinta nel 1972 all’ultima partita in carriera. Carlo invece conobbe il rossonero già da adolescente, debuttando addirittura in Champions League negli ultimi minuti di un Porto-Milan del 1993 per sostituire Sebastiano Rossi, ma non gli riuscì mai di esordire in serie A. L’unica presenza in campionato con la maglia della Lazio, da terzo portiere della stagione 1996-97, ebbe connotati eroici degni dei due antenati: subentrato al 4’ per sostituire l’espulso Marchegiani, nel finale si ruppe il crociato anteriore del ginocchio destro in uno scontro con Bisoli ma rimase stoicamente in campo perché Zeman ha finito i cambi e i portieri. Purtroppo la sua stagione finì lì, come la sua esperienza biancoceleste: trovò più fortuna in una lunga e brillante esperienza in Premier League con Chelsea e Tottenham.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

GLI ALONSO

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E all’estero? Le tre generazioni di Alonso non hanno una maglia in comune come i Maldini, ma hanno comunque scritto pagine importanti sia in Spagna che nel resto d’Europa. Iniziamo dal capostipite Marquitos (all’anagrafe Marcos Alonso Imaz), otto anni da difensore centrale nel Real Madrid dal 1954 al 1962, con quattro finali di Coppa Campioni disputate e anche un gol nella prima, contro il Reims nel 1956. Suo figlio Marcos Alonso Pena si è notevolmente discostato dalla tradizione paterna, vestendo le maglie delle arci-rivali Barcellona e Atletico Madrid: il suo unico assalto alla “Orejona” (come chiamano in Spagna la coppa dalle grandi orecchie) finì nella tragedia sportiva del 7 maggio 1986, quando a Siviglia il Barça si fece ipnotizzare dalla Steaua Bucarest e in particolare dal suo baffuto portiere Duckadam che parò quattro rigori su quattro, l’ultimo dei quali proprio ad Alonso. Suo figlio Marcos Alonso Mendoza ha invece seguito le orme del nonno, anche se ha all’attivo una sola presenza ufficiale con la prima squadra del Real Madrid: lo ricordiamo meglio a Firenze, poderoso terzino sinistro dal 2014 al 2016, mentre adesso gioca da quattro stagioni al Chelsea.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il "Chicharo" Hernandez e il "Chicharito" Hernandez.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il “Chicharo” Hernandez e il “Chicharito” Hernandez.

GLI HERNANDEZ

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Caso più unico che raro è quello della famiglia Hernandez che ha mandato tre generazioni ai Mondiali con la casacca del Messico. L’ultimo e anche il più famoso è il “Chicharito” Javier Hernandez, ex Real Madrid e Manchester United, presente a Sudafrica 2010, Brasile 2014 e Russia 2018. Ha segnato almeno un gol in ogni edizione e deve il soprannome a suo padre Javier Hernandez Gutierrez, detto “chicharo” (pisello) per gli occhi verdi, numero 19 del “Tricolor” ai Mondiali casalinghi del 1986 ma mai impiegato neanche per un minuto. Il nonno materno era invece Tomas Balcazar, che nel Mondiale 1954 mise insieme due presenze e un gol contro la Francia – la stessa squadra a cui suo nipote avrebbe fatto gol nel 2010.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

I LLORENTE

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Non c’è nulla di paragonabile alla dinastia Llorente, che vanta ben cinque giocatori diversi nell’album di famiglia del Real Madrid: l’ultimo è stato il centrocampista Marcos, addirittura in gol nella finale del Mondiale per Club 2018 contro l’Al-Ain (oggi gioca nell’Atletico Madrid). Suo padre è Paco Llorente, sette anni nel Real di fine anni Ottanta, quello della “Quinta del Buitre” che vinse campionati a ripetizione ma mai la Coppa dei Campioni, incassando una formidabile ripassata a San Siro dal Milan di Sacchi nella notte del 5-0, in cui aveva indossato la maglia numero 11 senza lasciare traccia. I tifosi madridisti ricordano con più affetto una sua grande partita a Porto, quando aiutò il Real a ribaltare il risultato e qualificarsi ai quarti entrando dalla panchina e servendo due assist a Michel. Ma Paco (che aveva un fratello, Julio, da oltre 400 partite in Primera Division e due stagioni al Real dal 1988 al 1990) altri non è che il nipote di Francisco Gento, fuoriclasse all’altezza del Grande Real di Puskas e Di Stefano che si aggiudicò le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni dal 1956 al 1960. E, a complicare ulteriormente le cose come in una telenovela spagnola, aggiungiamoci anche il quinto parente acquisito: Paco Llorente è infatti il genero di Ramon Grosso, attaccante per dodici stagioni alle dipendenze di Santiago Bernabeu, dal 1964 al 1976, con sette “scudetti” e una Coppa dei Campioni. Se la stirpe proseguirà, vi terremo aggiornati.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/03-02-2020/importanza-chiamarsi-maldini-tutte-grandi-dinastie-calcio-mondiale-360631600953.shtml

L’addio a Sergio Mascheroni Milan e Crotone ai funerali

Veniano, L’abbraccio di Paolo Maldini e di Nelson Dida alla famiglia del preparatore atletico morto in montagna

Tanta gente oggi pomeriggio ai funerali di Sergio Mascheroni, il preparatore atletico del Crotone calcio ( e prima ancora di Milan e Foggia) morto mercoledì dopo una caduta in montagna.

L’addio a Sergio Mascheroni  Milan e Crotone ai funerali

Veniano , Serginho con il padre di Sergio Mascheroni

Veniano , Serginho con il padre di Sergio Mascheroni 
(Foto by Andrea Butti)

Alla cerimonia erano presenti tanti amici di Albavilla, il paese originario della famiglia e di Veniano, soprattutto tanti giocatori: la squadra del Crotone al completo arrivata con un volo charter messo a disposizione dalla società.

Veniano  Jens Lehmann

Veniano Jens Lehmann 
(Foto by Andrea Butti)

Folta la rappresentanza del Milan a partire da Paolo Maldini e il portierone Dida con i colleghi Jens Lehmann e Valerio Fiori oltre al difensore brasiliano Sergignho. Con loro, tra gli altri, anche Giovanni Stroppa , Daniele Tognacchini (storico preparatore atletico del Milan).

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/Erba/laddio-a-sergio-mascheroni-milan-e-crotone-ai-funerali_1323719_11/

Gattuso ricorda il ‘suo’ Milan: “Champions 2007? Vinta in ritiro a Malta, tra freddo e vino”

L’allenatore del Milan Gennaro Gattuso ha ricordato alcuni dei suoi successi da calciatore, svelando simpatici retroscena

Anche Gennaro Gattuso è intervenuto durante l’incontro di presentazione del libro “Da Calciopoli ai Pink Floyd” di Alberto Costa concentrandosi soprattutto sul passato da giocatore del Milan“Galliani e Berlusconi pagavano buoni premi, ho preso tante di quelle multe da 1 milione-1 milione e mezzo, con tutti i danni che ho fatto. Poi meno male che vincevamo trofei e tutto passava in secondo piano. La rissa Ibra-Onyewu? Ci allenammo al campo 6, si sono acchiappati e pesavano 100kg l’uno: ho preso due schiaffi, e alla fine ho detto “ammazzatevi”. Ambrosini neanche si avvicinò, io da eroe mi sono avvicinato e ho provato a fermarli anche con un calcio, sono andato via poi. Nessuno poteva fermarli, si son sfogati. A Ibra poi è passata subito, non gli piace portare rancore: ad avercene di giocatori come lui”.

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L’allenatore dei rossoneri continua: “La salvezza del Milan in questi anni è stata il rispetto delle regole, poche volte Galliani è intervenuto: eravamo noi a rispettare la storia, c’era grande mentalità. Oggi si fa più fatica, la mentalità dei giocatori è cambiata: il primo giorno in cui sono andato a Milanello e mi sono fatto la barba ho lasciato due peli sul lavandino e Costacurta mi diede uno schiaffo in testa, dicendomi di pulire. Facevo fatica a parlare la stessa lingua che ho parlato l’ultimo anno in cui ho giocato in rossonero, per questo andai via: ora viviamo un’epoca diversa rispetto al passato. Si può tornare come prima, ma non bisogna dimenticare che i tempi son cambiati: è normale che se un allenatore crede fortemente in ciò che fanno i ragazzi, con passione e voglia, debba avere la fortuna di avere giocatori che facciano questo”.

Gattuso non riesce a trattenere i ricordi che riaffiorano nella sua mente: “Una volta si sentiva solo musica italiana negli spogliatoi: ora se metti musica italiana in spogliatoio ridono, va di moda l’hip-hop. Se metti Pupo(tutti ridono). Oggi tutti i giocatori guardano partite che giocano in campionati esteri e ascoltano la musica con le cuffie. Poi se metti regolamenti si lamentano, cercano alibi e pensano alle loro abitudini: ognuno ora pensa al suo orticello, alle cose che gli piace fare. Io sono arrivato nel ‘99 e la tecnologia non era arrivata ai livelli di oggi, la musica si ascoltava il giusto. Da allenatore è una cosa che non concepisco quella di ascoltare la musica prima delle partite, ma l’ho accettato ora e mi sono aperto per non essere un disadattato. Era meglio sentire Pupo che quella schifezza di musica hip-hop che non si capisce niente”, prosegue l’allenatore rossonero.

Poi un aneddoto che fa capire quanto quel Milan fosse compatto in tutti i suoi componenti: Nel 2007 vivevamo un periodaccio e la società ci mandò a Malta  per il ritiro: faceva un freddo cane, eravamo tutti incazzati con Galliani. Dopo essere tornati a Milano, ci tornammo. Quell’anno vincemmo poi la Champions: stavamo fino alle 5 di mattina in 10-14 tra noi, bevendo un bicchiere di vino. Queste cose ci hanno rafforzato, oggi i giocatori mangiano, si alzano e vanno via. Ho giocato con tantissimi campioni, ma per essere tale devi essere coerente, non saltare un allenamento: Maldini per non saltare un allenamento prendeva 1-2 aulin al giorno, per me è il più forte con cui abbia mai giocato. Se all’epoca si diceva che non si dovevano vincere i giornali, così i giornali non si leggevano”.

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E dopo aver parlato a lungo degli altri, la conclusione è tutta dedicata a sé stesso: “Nella vita ho sempre pensato di diventare il più forte nel mio ruolo, l’incontrista: ho cercato di migliorarmi, avevo qualità. Così scarso tecnicamente non ero, ma sapevo quale fosse il mio lavoro e quali fossero i miei limiti. Questo mettevo a disposizione”, ha concluso Gattuso.

https://gianlucadimarzio.com/it/dichiarazioni-gattuso-milan-ricordi

Ristoranti e discoteche, il pallone non si ferma neppure la notte – la Repubblica.it

Al principio fu Paolo Maldini. Siamo all’ inizio degli anni Novanta. Il pluridecorato simbolo del Milan, da sempre grande appassionato di musica, black, rap, hip hop, acquista una quota dell’ Hollywood di corso Como. Dai vellutati divani del privè, il Capitano punta diritto alla consolle, dove, la domenica notte, dopo la vittoria in campo, si regala qualche incursione mixando con dj Ringo: è un antipasto della compilation dalle atmosfere lounge e chill out che, dieci anni dopo, darà in consegna alla storia della musica insieme a un altro disc jockey per hobby: Bobo Vieri. Maldini lancia la moda (investe anche nel vicino Loolapaloosa, qui barman acrobati fanno volare i lampadari come fossero sulle ramblas di Barcellona). Due compagni di squadra lo seguono. è targato Billy Costacurta e Sebastiano Rossi l’ Ibiza di corso Garibaldi, ristorante e american bar, pubblico patinato e molto Mediaset. Il sentiero è tracciato. E su quel sentiero notturno il pallone rotola che è una bellezza. Investire, investire, investire. è il nuovo motto degli assi del calcio. La signora Bettarini, meglio conosciuta come Simona Ventura, offre cucina internazionale prima al Basilico e poi al Satin. Ma sulla movida milanese sta per abbattersi il ciclone Vieri. Carattere schivo, abile imprenditore di se stesso, Re Bobo non è stato ancora incoronato quando decide, forse per deliziare il palato dei suoi tifosi, da troppo tempo a digiuno, di aprire anche lui il suo bel ristorantino. In via de Amicis nasce Baci&Abbracci, c’ è Christian Brocchi in società. Il logo della trattoria modaiola è una mela. C’ è la mela sulle vetrine mandate in frantumi e imbrattate di vernice; mela che richiama un altro marchio sul quale ha attecchito la carriera imprenditoriale di Vieri. Il cuore. Stampato su t-shirt, felpe e cappellini. Un’ idea nata per scherzo che ha ingrassato il conto corrente di Bobo e del socio Maldini. Moda e cucina. Miglior doppietta – dicono i maligni, o i tifosi più esigenti – a Vieri non poteva riuscire. Sta di fatto che l’ attaccante li prende alla lettera. E per non smentire il fiuto per il gol, raddoppia. Chiama il solito Brocchi e la modella brasiliana Fernanda Lessa, presunto flirt mai paparazzato: «Ragazzi, apriamo un locale a Brera»? (Christian abita nella vicina via San Marco, è ospite fisso del ristorante la Briciola dove ama intrattenersi anche per una partita a carte). Risultato: in via Pontaccio sta per decollare Clan Cafè, dal nome del vicino negozio di abbigliamento di proprietà di amici di Vieri. In attesa dell’ inaugurazione il discobar – sì, anche questo – è stato battezzato dai tifosi a colpi di vernice. Ci si chiede: quali pensieri staranno ingombrando in queste ore la mente degli argentini nerazzurri Zanetti, Vivas e Guly? I tre sono soci nel ristorante El Gaucho di via D’ Adda, Conca del Naviglio. Carne argentina. Una scelta verace tanto quanto quella del napoletanissimo Fabio Cannavaro, che ha legato il suo nome a Rosso Pomodoro, catena di pizzerie made in Neapolis. Il sodalizio nasce ai tempi in cui il difensore (nero) azzurro giocava a Parma. Lì, in realtà, nasce e finisce. Ma i tifosi della Curva Nord non stanno tanto a guardare. Per loro Rosso Pomodoro è la pizzeria di Cannavaro. Cannavaro non si impegna come dovrebbe. Cannavaro «non è degno di questa città». Cannavaro va punito. Sono i rischi del mestiere. Chi se la gode – e in questi casi la posizione in classifica fa molto – sono invece i milanisti. Nessuno ha ancora fatto pentire Brocchi, Abbiati e Gattuso di aver acquistato la discoteca Propaganga, rilanciata con il nuovo e gettonato C-Side. Raccontano gli affezionati che Gattuso, noto per la sua predisposizione al gioco muscolare, quando è di buon umore e non ha avversari ai quali incollarsi non si risparmia nemmeno sulla pista da ballo. La notte milanese è specchio del campionato. Gode il Milan, piange l’ Inter. Ma la classifica, si sa, sale e scende. Dunque la scelta più saggia l’ ha fatta Shevchenko: ha aperto un negozio Armani a Kiev. E sta per raddoppiare. Anche volendo darci di vernice, non è proprio dietro l’ angolo. …………………………
I PERSONAGGI…………………………………………………………………………………..
ZANETTI Javier Zanetti è socio con Vivas e Guly del ristorante argentino El Gaucho. Chissà cosa staranno pensando dopo gli atti vandalici di ieri……………….. COSTACURTA Insieme all’ ex compagno di squadra Sebastiano Rossi ha aperto il ristorante Ibiza in corso Garibaldi, una zona ad alta densità di locali………………….. MALDINI è stato uno dei primi calciatori a investire nel settore del divertimento notturno: è socio dell’ Hollywood di corso Como e del vicino Loolapaloosa di via di Toqueville
— Read on ricerca.repubblica.it/

Maldini, 50 anni di mito: “So chi sarò, non so dove sarò. Ma non sono preoccupato” l Sky Sport

mal

Federico Buffa incontra Paolo Maldini nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e ne viene fuori una lunga chiacchierata. Ricordi mai sbiaditi della storia rossonera. Anche episodi divertenti, come “quando Agostino Di Bartolomei telefonava all’amico Andreotti” e attuali. “Adesso quando sento Van Basten parliamo dei nostri dolori…”

#SKYMALDINIDAY, AUGURI PAOLO

#SKYBUFFARACCONTA

Sky Sport celebra il 50° compleanno di Paolo Maldini: alle 20.45 e a mezzanotte, appuntamento con “Federico Buffa incontra Paolo Maldini”: lo storyteller e il campione ripercorrono insieme le fasi più interessanti della carriera dell’ex difensore, le origini, l’amore per la famiglia e per la sua città, gli esordi, l’etica e l’estetica del calcio apprese dal padre Cesare, i primi grandi maestri in panchina (Liedholm) e in campo (Di Bartolomei e Baresi), il presente e il futuro. Un racconto originale che, grazie allo stile narrativo unico di Buffa, si trasforma in un viaggio tra ricordi ed emozioni.

Nato e cresciuto a Milano, sei fratelli, il maschio che non arrivava e una casa stretta…

“Sono nato e cresciuto a Milano: mi identifico nei valori dei lombardi… Secondo me, nelle idee di mio padre e mia madre, non c’era l’idea di fare 6 figli: ho anche il piccolo dubbio che loro cercassero comunque il maschio e il maschio è arrivato solamente al quarto tentativo. La casa era stretta sì, ma penso sia stata la mia fortuna. È stato un divertimento incredibile”.

Fino a 14 anni non era una stella, ma poi…

“Papà Cesare ha subito visto in me un calciatore? No, certo che gli venisse il dubbio, probabilmente era anche un bel dubbio, però, di tanti talenti poi sprecati…  almeno io, nelle giovanili, non ero sicuramente la stella, diciamo dai 10 ai 14 anni. Poi, dai 14 anni in poi ho fatto il salto di qualità”. Alla domanda se Cesare gli avesse chiesto se giocare nel Milan o nell’Inter, Maldini spiega:“Sì. Non solo Milan o Inter, siccome io avevo un mio compagno di classe che abitava al pianterreno, e aveva un bello spazio dove poter giocare, mi piaceva giocare in porta. Mi ha chiesto se volevo fare il portiere e se volevo andare al Milan o all’Inter. E io ci ho pensato, non su Milan o Inter, ma sul fatto se fare il portiere o il calciatore di movimento”.

Dove vuole, Mister

Leggenda dice che, col solito verbo “iocare”, Niels Liedholm, “il Barone”, ti abbia chiesto, addirittura, dove volessi giocare. “Se a destra o a sinistra, sì”. E tu, destro naturale, dici destra. “No: Dove vuole Mister. Almeno il rispetto. Ma è stata una sorpresa per tutti, è stata una sorpresa per me. A causa della nevicata ci allenavamo a Milanello ed era tutto ghiacciato. Non avevo le scarpe da ghiaccio e me le sono fatte prestare da un giocatore che aveva due numeri meno di me, sono arrivato a Udine con le unghie completamente andate, un dolore terribile, sono andato in panchina non allacciando le scarpe. Nel momento in cui mi ha detto: entri, non ho sentito più niente.”

La prima intervista e quel dubbio sulla sessualità

“C’è stata tanta attenzione per il mio esordio, sono state programmate anche delle interviste, il lunedì avrei avuto un sacco di pressione, soprattutto a scuola, io ho chiesto di non andare e sono stato accontentato”.

Ma un’intervista te l’hanno fatta e non hai un grande ricordo. “No, diciamo che il mio rapporto con la stampa forse è stato anche condizionato da quell’intervista.  Perché le esperienze ti condizionano e mi ricordo questa giornalista della Gazzetta (ndr. Rosanna Marani), diciamo che non era tanto interessata all’aspetto sportivo, ma siccome indossavo una polo – tra l’altro in dotazione proprio alla squadra Milan – una polo rosa, è andata sulle domande personali: “Sei fidanzato, non sei fidanzato…” Allora non lo ero. E diciamo che nell’articolo ha fatto supporre una mia omosessualità che sinceramente il giorno dopo mi ha messo a grossissimo disagio nei confronti dei compagni. Certo, me l’avessero fatta adesso mi sarei messo a ridere, però ti puoi immaginare nell’’84-‘85, un ragazzo di sedici anni, che si affaccia al mondo dello sport e questo è diciamo l’esordio sulla stampa…

Quando Di Bartolomei telefonava ad Andreotti

Agostino Di Bartolomei è stata una persona importante, perché era bravissimo coi ragazzi giovani, con me in particolare. Probabilmente aveva visto qualcosa in me che gli piaceva, sono stato in camera con lui più volte, dove tra l’altro chiamava al telefono il suo amico Giulio Andreotti…

Una volta ho giocato centrale con lui e gli faccio: “Ago, dove vuoi giocare, a destra o a sinistra?”. Mi ricorderò sempre, a Lecce. E lui mi ha detto: “Paoletto, io sto in mezzo e tu me corri intorno”.

Solo il giorno dell’esordio ha capito che poteva giocare in Serie A!

Quando mi sono accorto che sarei diventato quello che sono diventato? “Sinceramente, il giorno dell’esordio. Quel giorno di Udine ho finito la partita e ho detto: “Ma io allora posso giocare in Serie A”. Fino allora non lo avevo mai pensato.

Tra i giocatori che ti hanno dato “fastidio” c’è Chris Waddle. “Ciondolante, ma meno scattante. A me davano fastidio quelli che spostavano la palla, ondeggiavano… Shevchenko ti puntava così e… difficile. Io sono uno scattista. Ero uno scattista, non più ormai. Quelli che si fermavano e ripartivano erano il mio pane.”

Quando ti accorgi che sei finto in un Milan diverso da quello in cui sei cresciuto, cioè dall’86 in poi, cosa cambia in Maldini? “Cambia tutto. La maniera di allenarsi, cambiano gli obiettivi, cambia qualche compagno, anche se io credo che la fortuna di quel Milan sia stata Liedholm e quei 4-5 difensori- insieme poi ad Evani-, perché la base di tutto quel Milan lì era la difesa italiana a quattro. Quello è stato il grande motore del Milan, di Sacchi e poi di Capello”.

Adesso con Van Basten parlano dei loro acciacchi… 

“Marco era uno spettacolo, veramente uno spettacolo. Un giocatore con una classe immensa. Bomber, cattivo. Era esattamente alto come me, pesava come me, aveva una classe diversa, ma anche negli allenamenti fisici eravamo sempre a battagliare. Adesso quando ci sentiamo, purtroppo, parliamo sempre dei nostri dolori. Lui tra l’altro ha dovuto smettere quando era al massimo a 28 anni, era capocannoniere”.

Gullit, un calcio totale. La fatica fatta con Sacchi 

“Ruud era un giocatore veramente universale. E non lo era solo sul campo, spingeva la squadra ad essere più coraggiosa, all’olandese. Quando rivedevamo le partite, lui spingeva i terzini più avanti. Un calcio veramente totale. E da quel punto di vista lui è stato davvero importantissimo”.

Sacchi vi mise anche in stanza insieme. “La rivoluzione è stata totale. Allenamento, maniera di comprendere, capire e vivere il calcio, impegno, diciamo… 24 ore su 24, anche se io non ero particolarmente d’accordo, però abbiamo fatto anche a livello fisico delle cose che le squadre del giorno d’oggi assolutamente non fanno.  Io arrivavo il giovedì, venerdì che io dicevo: “Io non riesco a giocare domenica, son sicuro che non riesco a giocare”. Perché ero stravolto, io come tutti gli altri. Poi arrivavi al sabato, pre-gara e iniziavi a sentirti bene, ma proprio per la stanchezza. E la domenica avevamo una forza incredibile. Per quegli anni era una squadra anche molto forte fisicamente.

Il rapporto coi tifosi

Con i tifosi un rapporto conflittuale… “Per me la mia privata era sacra… tanto alla fine, se io esco e non rendo alla domenica, sono io quello che non ne beneficia di questa situazione. Quindi sono io che gestisco la mia vita, sono io che so quello che sa di cosa ha bisogno. Quando vivevo ancora a casa dei miei, mi ricorderò sempre mio papà. Giochiamo con la Sampdoria di Vialli e Mancini. Martedì. Io dico: papà io vado fuori a cena. E lui mi fa: “cosa?? Ho detto: papà vado fuori a cena. “aolo, ma giocate con la Sampdoria domenica…Papà, ma è martedì!”

Sullo scontro con i tifosi dopo la sconfitta in finale contro il Liverpool: “Questo è lo sport. È proprio il succo dello sport: ti do anche l’anima, io posso anche morire in campo, però, una volta che lo faccio, non mi devi dire “Impegnati” o “Sei uno… un poco di buono”. Come capitano non potevo accettarlo. Non potevo accettare che un ragazzino di 22 anni – io giocavo da 20 anni al Milan – dopo una partita del genere, mi dicesse qualcosa.

Nel futuro di Maldini

Maldini non ha mai fatto l’allenatore. “No, per scelta. Dico sempre che non ho mai detto quello che avrei fatto, perché sinceramente non sapevo, ma ero sicuro di quello che non avrei fatto. E già non è male, come inizio”. Fare il direttore tecnico di un club? “Credo di avere una certa conoscenza calcistica, la personalità per parlare con determinate persone, che sembra una stupidaggine, ma non è così banale riuscire a parlare con tutti e a farsi sentire da tutti”.

50 anni ad Ibizia

“Prima di tutto non amo festeggiare, ma per questa occasione ho deciso di portare tutta la famiglia e qualche amico a Ibiza: sono tre mesi che sto dietro a questa organizzazione…Però alla fin fine lo devi festeggiare con le persone della famiglia, le persone che sono state importanti per te, e queste sono quelle della mia famiglia”.

Consapevolezza

A 50 anni chi vuole essere Palo Maldini? “Diciamo non così chiara sul chi sarò. E anche chi sono ce l’ho abbastanza chiara o forse, anche su chi sarò, perché alla fine, è sempre stato difficile scindere la persona dal ruolo, che fosse calciatore, che fosse imprenditore, quello che vuoi. Quindi so chi sarò. Non so dove sarò. Questo ancora non lo so, ma non mi preoccupa più di tanto”.Visualizza l’immagine su Twitter

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Roberto Mancini@robymancio

Ne é passato di tempo da questa foto…Tanto talento, senso del dovere e professionalità sulla tua maglia numero 3. Meriti un compleanno speciale per i tuoi primi 50 anni Paolo #Maldini!2.78516:46 – 26 giu 2018466 utenti ne stanno parlando

https://sport.sky.it/calcio/altro/2018/06/26/paolo-maldini-50-anni-tra-passato-e-futuro.html

Paolo Maldini sempre al top: a 49 anni pare ancora un ragazzino – Tiscali Sport

(KIKA) – MIAMI – Paolo Maldini sembra aver trovato la formula segreta per l’eterna giovinezza. A 49 anni infatti, lo storico capitano del Milan e della Nazionale è ancora in forma smagliante come mostrano queste foto in arrivo da Miami Beach dove è stato fotografato dopo una giornata in spiaggia in compagnia di un paio di amici. Asciutto e con il solito bel sorriso, l’unico segno del tempo che mostra è un accenno di barba brizzolata.

ECCO LE FOTO

http://www.kikapress.com/gallery/paolo-maldini-sempre-top-49-anni

La bandiera rossonera è tornata di recente a far parlare di sé per il suo (sfortunato) debutto da tennista professionista e per l’offerta ricevuta dalla Federcalcio Italiana che lo vorrebbe investire della carica di nuovo Team Manager della Nazionale.

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PAPA’ MALDINI ALLENA I FIGLI A CAVALCARE LE ONDE

ESCLUSIVO – Pap? Maldini allena i figli a cavalcare le onde

https://spettacoli.tiscali.it/photogallery/gallery/paolo-maldini-sempre-al-top-a-49-anni-pare-ancora-un-ragazzino/102300/

F. Galli: “Daniel Maldini talento innato, ha le movenze di Paolo”

Gennaro Gattuso ha infatti deciso di convocare il più piccolo dei Maldini, cioè Daniel, classe 2001. Di lui si parla un gran bene e c’è molta curiosità di vederlo in campo. Per conoscerlo meglio, i colleghi di Calciomercato.com hanno intervistato Filippo Galli, ex responsabile del settore giovanile rossonero: “Daniel ha un talento innato che ha spesso mostrato nel settore giovanile, vincendo anche il campionato nazionale under 16″, ha esordito Galli. Che ha poi continuato: “E’ un giocatore che ‘vede’ calcio, ha letture davvero importanti. Ha fatto un percorso nel settore giovanile che gli ha permesso di sviluppare determinate doti che sono fondamentali se si vuole fare questo sport a un certo livello“.

Il ruolo è molto diverso rispetto a quello di papà Paolo e nonno Cesare: “Gioca sulla trequarti, ma può fare bene in diversi ruoli“. Molto simili sono invece le movenze: “Si, effettivamente sia lui che suo fratello Cristian hanno delle movenze di Paolo, lo stile della corsa è simile“. Infine sul peso del cognome, che non pare incidere sulla testa del ragazzo: “Sinceramente non mi pongo il problema del cognome pesante, non ha mai dato la sensazione di subire o voler far leva su questo aspetto“.
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MILAN, ADESSO E’ CADUTA LIBERA – la Repubblica.it

MILAN, ADESSO E’ CADUTA LIBERA
PERUGIA – Non ne aveva bisogno il Milan di una giornata come quella di ieri.
Questa è una stagione sicuramente segnata da una somma ormai indistinguibile di errori accumulati a tutti i livelli dell’ organizzazione rossonera e dopo quello che è successo ieri al “Curi” tutto sembra sprofondare ancora più in giù. La doppia espulsione di Dugarry e Maldini, il gravissimo infortunio capitato a Davids, sono episodi talmente eclatanti da pesare inevitabilmente sulla storia di questa partita, proiettando un’ ulteriore triste ombra sulla stagione rossonera. Ma solo la drammatica uscita dal campo del giocatore olandese può essere addebitata al destino sicuramente avverso. Il resto ricade esclusivamente su un Milan che ieri a Perugia si era presentato convinto di poter finalmente lasciarsi indietro le cose peggiori. Non si deve dimenticare che il Milan, che Sacchi aveva visto in crescita contro il Bologna, dopo 18 minuti era già in svantaggio senza scusanti. La squadra che Sacchi aveva organizzato dopo una settimana che, a suo dire, era stata tonificata dalla serenità che le vittorie garantiscono sempre, ha semplicemente sbagliato l’ approccio alla partita, subendo inopinatamente l’ iniziativa del Perugia, assai più determinato e brillante. La squadra ora affidata a Scala non vinceva una gara da novembre, dopo il cambio di allenatore aveva raccolto in sei gare solo due punti, l’ occasione per una squadra che si stava ridestando, stando alle valutazioni del tecnico rossonero alla vigilia, era da non perdere. Invece dopo tre minuti Negri sbucava indisturbato davanti a Rossi beffando una difesa che non aveva certo molto di quella che per anni ha dominato e fatto scuola. E non certo per colpa dell’ immarcescibile capitano. Semmai erano in evidente difficoltà Costacurta e Vierchowod che, nel più classico dei duelli, regalava a Negri tempo e spazio per colpire di testa in rete. Impaccio nel fare il fuorigioco, affanni di Maldini sulla fascia. Clamorosamente appannato il centrocampo, appesantito dall’ abulia di Savicevic e dall’ estemporaneità degli interventi di Davids. Quanto all’ attacco era evidente che Simone non rappresentava un pericolo per nessuno. Del resto il piccolo attaccante non segna da mesi in campionato. Gara in mano al Perugia e rossoneri subito vistosamente aggrappati a un sistema nervoso logoro. Troppe le tensioni, troppe le cose che ognuno si porta dentro e difficile non vederne gli effetti nelle vistose gomitate rifilate prima da Dugarry poi da Maldini al povero Materazzi che ha così trovato un ruolo di protagonista. Prima in dieci, poi addirittura in nove allo scadere del primo tempo, il Milan ha rivisto il film della nerissima e fallimentare giornata nella fatal Verona. Perso Davids, vittima di un infortunio gravissimo (rottuta scomposta della tibia e del perone della gamba destra, sarà operato ad Amsterdam: per lui stagione finita), addirittura in nove e sotto di un gol il pomeriggio del Milan ha ritrovato i colori del riscatto. Baresi ha riorganizzato i suoi davanti a Rossi, e il suo spirito è diventato una bandiera per tutti. Il Milan ha trovato ordine e orgoglio e approfittando degli imbarazzi del Perugia, ha cercato di raddrizzare la gara, sfiorando il pareggio nel finale e scoprendo che la sorte, ieri sicuramente, lo ha abbandonato quando un inopinato corner di Savicevic, l’ unica cosa buona della sua gara, ha picchiato sul palo interno schizzando fuori.
Dalla panchina Sacchi ha mandato fuori un appannato Weah arrivato all’ alba a Perugia dalla Tanzania e poi addirittura Baggio. Il Perugia ha sciupato molte occasioni, Rossi ha salvato la rete almeno quattro volte (5′ , 36′ , 39′ e 43′ della ripresa) ma il Milan ha certamente lottato con l’ orgoglio di chi non vuole cadere, al punto da consentire a Sacchi di sottolineare come anche in nove, ma giocando secondo regole precise si possa reggere il confronto. Una constatazione che forse lo aiuterà a ripartire, ma che non può attenuare il peso specifico negativo di una giornata che è destinata a segnare una stagione davvero fallimentare.

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Maldini: «Sappiate aspettare Donadoni non fallirà» – Corriere di Bologna

Maldini: «Sappiate aspettare
Donadoni non fallirà»

Il campione, compagno al Milan e in Nazionale: «Roberto vincerà da tecnico come ha fatto da giocatore. Ma il Bologna deve avere pazienza. Il percorso sarà lungo»

l’intervista

Maldini: «Sappiate aspettare
Donadoni non fallirà»

Il campione, compagno al Milan e in Nazionale: «Roberto vincerà da tecnico come ha fatto da giocatore. Ma il Bologna deve avere pazienza. Il percorso sarà lungo»

BOLOGNA – Paolo Maldini, devo chiamarla presidente, mister o chairman?
«Perché mi fa questa domanda?».
Lei non è co-proprietario dei Miami Fc?
«No, ho solo aiutato Riccardo Silva e ho una piccola percentuale ma io non ho alcun ruolo operativo».
Se le dico Donadoni qual è il primo flash che le salta agli occhi?
«L’osso che era».
Come l’osso che era?
«Lo chiamavamo osso perché non mollava mai, era un martello, evidenziava sempre fuori e dentro il campo la sua serietà e la sua professionalità».
Pensi che Sacchi lo ha definito eroe…
«Perché eroe?».
Per i motivi che ha detto lei e forse anche perché ascoltava in religioso silenzio tutti i suoi richiami…
«Di eroi in quella squadra allora ce n’erano tanti».
Un sorriso.«Al di là di ciò, Donadoni è stato un grande giocatore e per qualità di gioco e risultati sta dimostrando di saperci fare come allenatore».
Anche se il percorso per il momento non è lo stesso…
«Da allenatore ha fatto il percorso inverso, partendo dalla Nazionale.La carriera dell’allenatore è figlia di tante variabili, non sempre puoi essere libero al momento giusto, poi c’è chi le proprie qualità le evidenzia subito e chi ha bisogno di più tempo ».
Cos’ha Donadoni da allenatore che aveva anche da calciatore?
«La tenacia, la forza morale e mentale di non abbattersi davanti a niente. Quello che ha fatto a Parma è indicativo, per tutti è stato fino agli ultimi attimi del campionato il comandante di una nave che stava affondando per colpe di altri. Da giocatore ha vissuto realtà diverse ma di sicuro le esperienze che ha avuto con Sacchi, Capello, Ancelotti, Zaccheroni gli sono servite».
Ecco, a quale di questi grandi allenatori avvicina di più Donadoni?
«Non avendolo avuto come allenatore, faccio fatica a rispondere, l’allenatore non è solo quello che manda in campo la squadra e la fa giocare secondo le proprie idee, è anche quello che gestisce il gruppo. Di sicuro è più tranquillo di quanto lo fossero Sacchi e Capello, esterna meno le sue emozioni, le sue sensazioni, i suoi pensieri ».
Le sarebbe piaciuto averlo anche come allenatore dopo essere stato per tanti anni suo compagno di squadra?
«Farsi guidare da un grande allenatore è sempre bello. Ma sa, tra me e Roberto ci sono 4 anni di differenza, con Carletto Ancelotti la differenza di età era più marcata».
Come compagno di squadra com’era Donadoni?
«Quella era una squadra con tanti uomini veri e di quel Milan Donadoni era l’emblema. Roberto è sempre stato tanta sostanza e pochi fronzoli».
Non è un caso che Sacchi scegliesse prima la persona e poi il giocatore.
«La persona forte nei momenti di difficoltà si salva e se poi anche cade ha più possibilità di rialzarsi. Anche in questo senso Donadoni è una garanzia ».
Il Bologna è in buone mani sia per l’oggi che per il domani?
«Quello del Bologna è un percorso lungo. Voglio dire che devi saper abbinare la concretezza all’idea del progetto a lunga scadenza. Per il momento il Bologna sta facendo il massimo. E anche quando crescerà Donadoni sarà l’uomo giusto. Perché uno con la sua competenza è bravo qualunque sia l’obiettivo. Non dimenticherò mai il giorno che per lui ho avuto paura e come ha saputo rialzarsi… Quello è Donadoni».
Si riferisce all’infortunio di Belgrado?
«Sì, tutti in quell’attimo abbiamo pensato che fosse accaduto qualcosa di terribilmente grave. Non per quell’infortunio, intendiamoci, ma la storia del Milan vincente è nata proprio quel giorno».
Donadoni per rimanere al Bologna ha voltato le spalle alla Nazionale.
«Non so quale fosse il suo accordo con il Bologna e non so quale fosse la proposta della Federazione, ma conoscendo bene Roberto dico una cosa: se non ha avuto dubbi, penso che abbia fatto la scelta migliore».
Dove può arrivare Donadoni come allenatore?
«Spero che abbia fortuna. Perché ci vuole anche fortuna nella vita, non basta essere bravi. Ricorda la storia di Ancelotti? Stiamo parlando di un grandissimo ma la sua vita è cambiata nel giro di 24 ore. Stava per firmare per il Parma, poi successe che il Milan doveva cambiare allenatore e lo chiamò. Carletto ha vinto due Champions League e da lì è partito, diventando l’Ancelotti che è stato protagonista al Chelsea, al Psg, al Real e ora vincerà anche con il Bayern».
Purtroppo per Donadoni il Milan non lo ha mai chiamato….
«Puoi arrivare anche al Milan e poi non è il Milan che è pronto a vincere. Devi essere anche fortunato, per poter vincere devi essere scelto al momento giusto. Poi è evidente che devi essere anche bravo. Per ora posso dire solo che Donadoni è bravo ».
E che fin qua non è diventato l’uomo giusto nel momento giusto…
«La carriera di un allenatore è lunga, e Roberto è ancora un ragazzo. Ha tutto il tempo per vincere anche da allenatore quello che ha vinto da giocatore».
28 gennaio 2017 (modifica il 30 gennaio 2017)
Maldini: «Sappiate aspettareDonadoni non fallirà»
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