BACK TO TRAINING AT MILANELLO

The Rossoneri returned to training after a rest day and are awaiting the resumption of official competitions

Training resumed this morning at Milanello after the boys were granted a rest day yesterday. Today, the team met up as usual for breakfast before heading to the changing rooms to start the day’s work. Paolo Maldini and Frederic Massara also attended training at Milanello.

The squad began training in the gym with some muscle activation before heading out onto the pitch to continue their warm-up with rondos in a small space behind the goals.

TAKE A LOOK AT THE PHOTOS FROM TRAINING TODAY

At the end of the first part of the session, the group went through a series of high intensity technical exercises, followed by possession drills and a technical-tactical game played on a small pitch. The lads focused on shooting to finish before returning to the changing rooms.

The programme for tomorrow, Friday 6 March, involves training in the morning after meeting at Milanello for breakfast.

https://www.acmilan.com/en/news/training/2020-03-05/back-to-training-at-milanello

Milan, esordio in Serie A per Matteo Gabbia: “La dedico ai miei nonni, sono abbonati”

 
Matteo Gabbia non dimenticherà mai Milan-Torino, e l’esordio in Serie A. Il giovane difensore ha una dedica speciale per questa serata memorabile: “È il coronamento di un sogno, ringrazio tutti i miei compagni e lo staff. Mi faceva molto piacere dedicare questa partita ai miei nonni che hanno l’abbonamento a Milanello, sono molto felici”
MILANCALCIO 18 FEBBRAIO 2020 0:13 di Marco Beltrami

Una serata che Matteo Gabbia non dimenticherà mai. Il classe 1999 ha fatto il suo esordio in Serie A in Milan-Torino, dopo aver collezionato i primi minuti in rossonero in Coppa Italia. Pioli lo ha gettato nella mischia dopo l’infortunio di Kjaer, e alla luce del rifiuto di entrare di Musacchio per un presunto problema al polpaccio. Buona prestazione del giovane talento che nel post-partita ha dedicato la sua prima uscita campionato ai nonni

Milan, esordio per Matteo Gabbia in Serie A contro il Torino
Nel post-partita Matteo Gabbia ha raccontato le sue emozioni ai microfoni di Sky Sport. Sorriso smagliante per il giovane difensore che ha collezionato un tempo, partecipando al successo della formazione rossonera. Questa la sua dedica nell’immediato post-partita: “È il coronamento di un sogno, ringrazio tutti i miei compagni e lo staff. Mi faceva molto piacere dedicare questa partita ai miei nonni che hanno l’abbonamento a Milanello, sono molto felici”.

Gabbia ha parlato così delle emozioni dell’esordio in Serie A con il Milan: “Cosa ho pensato al momento del cambio con Kjaer? Ho pensato che finalmente fosse arrivata un’occasione, ero tranquillo e non ero preoccupato perché avevo lavorato bene tutti questi mesi. E una volta che entri in campo quello che fai dipende da te, ringrazio anche Romagnoli che mi ha aiutato. Ibra mi ha fatto i complimenti, non è di tante parole ma le sue valgono tanto”.

La crescita di Gabbia e la voglia di giocare titolare
Una battuta sulla sua crescita e sulla possibilità di conquistare una maglia da titolare in futuro nel Milan: “Cerco di rubare il massimo da Romagnoli, da Musacchio e da Kjaer: sono più grandi di me, hanno più esperienza e da loro posso imparare. Poi guardando al passato ho visto giocatori come Maldini, Nesta e Thiago Silva, cerco di rubare qualcosina anche a loro. Vediamo, c’è la settimana e ci saranno le decisioni del mister. Speriamo di affrontare altre notti così, con i piedi per terra”.

continua su: https://www.fanpage.it/sport/calcio/milan-esordio-in-serie-a-per-matteo-gabbia-la-dedico-ai-miei-nonni-sono-abbonati/

L’importanza di chiamarsi Maldini: tutte le grandi dinastie del calcio mondiale

Con il debutto di Daniel hanno giocato in serie A tre generazioni diverse: un record condiviso con i Cudicini. E all’estero…

Giuseppe Pastore@gippu13 febbraio – 10:23 – MILANO

Cesare non aveva potuto assistere dal vivo al debutto di Paolino. Il suo ruolo di vice-ct della Nazionale, un passo dietro Enzo Bearzot, lo costrinse a restare a casa per guardare Inter-Atalanta a San Siro, in una Milano asserragliata nella morsa del gelo.Commenta per primo

Ma il gennaio del 1985 era destinato a passare alla storia anche per la prima delle 902 partite da professionista di Paolo Maldini, di cui il papà ebbe notizia ascoltando “Tutto il calcio minuto per minuto”: stava guidando su Viale Caprilli e pensò bene di accostare, per evitare pericolosi sbandamenti dovuti all’emozione. Trentacinque inverni dopo Paolo è stato testimone oculare dalla tribuna autorità del battesimo del fuoco di Daniel, gettato nella mischia da Pioli nei minuti di recupero di Milan-Verona. È riuscito a toccare un solo pallone, di testa, su un corner battuto male, ma i suoi tre minuti sono passati alla storia del calcio italiano: è la prima volta che un giocatore italiano veste gli stessi colori di suo padre e di suo nonno.

I MALDINI

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Breve ripasso di storia per i più giovani: Cesare Maldini ha indossato il rossonero per 412 partite dal 1954 al 1966, diventando il 22 maggio 1963 a Wembley il primo calciatore italiano ad alzare da capitano una Coppa dei Campioni, dopo il 2-1 al Benfica. Paolo è riuscito a superarlo in presenze e vittorie, diventando – con 26 trofei – il calciatore italiano più vincente di tutti i tempi: quando ha smesso il Milan ha ritirato la maglia numero 3, onore toccato in passato solo alla 6 di Franco Baresi. Per il 18enne Daniel non sarà facile essere all’altezza del papà e del nonno: ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e lui ha iniziato con due minuti nella bagarre di valore inestimabile. La prima presenza ufficiale segue l’ampio minutaggio concessogli in estate da Marco Giampaolo nell’International Champions Cup; la sua Primavera, dopo la balorda retrocessione dell’anno scorso, sta dominando la seconda divisione anche grazie ai suoi sei gol e quattro assist in nove partite. Per il momento ha scelto un umile 98, sognando magari di spolverare quel numero di maglia custodito in una teca dall’estate 2009.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

I CUDICINI

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I Maldini sono la seconda famiglia italiana a vantare tre generazioni con almeno una presenza in serie A. I primi, anche loro fortemente legati al rossonero, sono stati i Cudicini. Nonno Guglielmo giocò otto partite in serie A con la Triestina dal 1929 al 1934, le ultime cinque in compagnia di Nereo Rocco, futuro allenatore di suo figlio Fabio. Leggerino ma tecnico, soprannominato “il ballerino”, Guglielmo era un terzino che per la sua qualità fu a volte sfruttato anche in attacco. Morì nel 2007 nella sua Trieste, il giorno dopo il suo 104° compleanno. Fabio, altissimo (1 metro e 91) per l’epoca, ribattezzato “il Ragno Nero” per la tinta unita della sua divisa di gioco che richiamava il grande Jascin, giocò a lungo con Udinese, Roma e Brescia ma si lasciò gli anni più belli per il finale, approdando al Milan già ultra-trentenne: uno scudetto, una Coppa Campioni vinta grazie alle sue prodezze in semifinale a Manchester, una romanzesca Intercontinentale vinta in Argentina e una coppa Italia vinta nel 1972 all’ultima partita in carriera. Carlo invece conobbe il rossonero già da adolescente, debuttando addirittura in Champions League negli ultimi minuti di un Porto-Milan del 1993 per sostituire Sebastiano Rossi, ma non gli riuscì mai di esordire in serie A. L’unica presenza in campionato con la maglia della Lazio, da terzo portiere della stagione 1996-97, ebbe connotati eroici degni dei due antenati: subentrato al 4’ per sostituire l’espulso Marchegiani, nel finale si ruppe il crociato anteriore del ginocchio destro in uno scontro con Bisoli ma rimase stoicamente in campo perché Zeman ha finito i cambi e i portieri. Purtroppo la sua stagione finì lì, come la sua esperienza biancoceleste: trovò più fortuna in una lunga e brillante esperienza in Premier League con Chelsea e Tottenham.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

GLI ALONSO

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E all’estero? Le tre generazioni di Alonso non hanno una maglia in comune come i Maldini, ma hanno comunque scritto pagine importanti sia in Spagna che nel resto d’Europa. Iniziamo dal capostipite Marquitos (all’anagrafe Marcos Alonso Imaz), otto anni da difensore centrale nel Real Madrid dal 1954 al 1962, con quattro finali di Coppa Campioni disputate e anche un gol nella prima, contro il Reims nel 1956. Suo figlio Marcos Alonso Pena si è notevolmente discostato dalla tradizione paterna, vestendo le maglie delle arci-rivali Barcellona e Atletico Madrid: il suo unico assalto alla “Orejona” (come chiamano in Spagna la coppa dalle grandi orecchie) finì nella tragedia sportiva del 7 maggio 1986, quando a Siviglia il Barça si fece ipnotizzare dalla Steaua Bucarest e in particolare dal suo baffuto portiere Duckadam che parò quattro rigori su quattro, l’ultimo dei quali proprio ad Alonso. Suo figlio Marcos Alonso Mendoza ha invece seguito le orme del nonno, anche se ha all’attivo una sola presenza ufficiale con la prima squadra del Real Madrid: lo ricordiamo meglio a Firenze, poderoso terzino sinistro dal 2014 al 2016, mentre adesso gioca da quattro stagioni al Chelsea.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il "Chicharo" Hernandez e il "Chicharito" Hernandez.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il “Chicharo” Hernandez e il “Chicharito” Hernandez.

GLI HERNANDEZ

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Caso più unico che raro è quello della famiglia Hernandez che ha mandato tre generazioni ai Mondiali con la casacca del Messico. L’ultimo e anche il più famoso è il “Chicharito” Javier Hernandez, ex Real Madrid e Manchester United, presente a Sudafrica 2010, Brasile 2014 e Russia 2018. Ha segnato almeno un gol in ogni edizione e deve il soprannome a suo padre Javier Hernandez Gutierrez, detto “chicharo” (pisello) per gli occhi verdi, numero 19 del “Tricolor” ai Mondiali casalinghi del 1986 ma mai impiegato neanche per un minuto. Il nonno materno era invece Tomas Balcazar, che nel Mondiale 1954 mise insieme due presenze e un gol contro la Francia – la stessa squadra a cui suo nipote avrebbe fatto gol nel 2010.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

I LLORENTE

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Non c’è nulla di paragonabile alla dinastia Llorente, che vanta ben cinque giocatori diversi nell’album di famiglia del Real Madrid: l’ultimo è stato il centrocampista Marcos, addirittura in gol nella finale del Mondiale per Club 2018 contro l’Al-Ain (oggi gioca nell’Atletico Madrid). Suo padre è Paco Llorente, sette anni nel Real di fine anni Ottanta, quello della “Quinta del Buitre” che vinse campionati a ripetizione ma mai la Coppa dei Campioni, incassando una formidabile ripassata a San Siro dal Milan di Sacchi nella notte del 5-0, in cui aveva indossato la maglia numero 11 senza lasciare traccia. I tifosi madridisti ricordano con più affetto una sua grande partita a Porto, quando aiutò il Real a ribaltare il risultato e qualificarsi ai quarti entrando dalla panchina e servendo due assist a Michel. Ma Paco (che aveva un fratello, Julio, da oltre 400 partite in Primera Division e due stagioni al Real dal 1988 al 1990) altri non è che il nipote di Francisco Gento, fuoriclasse all’altezza del Grande Real di Puskas e Di Stefano che si aggiudicò le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni dal 1956 al 1960. E, a complicare ulteriormente le cose come in una telenovela spagnola, aggiungiamoci anche il quinto parente acquisito: Paco Llorente è infatti il genero di Ramon Grosso, attaccante per dodici stagioni alle dipendenze di Santiago Bernabeu, dal 1964 al 1976, con sette “scudetti” e una Coppa dei Campioni. Se la stirpe proseguirà, vi terremo aggiornati.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/03-02-2020/importanza-chiamarsi-maldini-tutte-grandi-dinastie-calcio-mondiale-360631600953.shtml

La legge di Mino Raiola: “Ibra al Milan è come l’addio dei Queen”

30 DICEMBRE 2019

Pogba, De Ligt, Kean, Balotelli e l’ultimo afare con Haaland: parla il re del mercato. “Certi tifosi mi odiano? Dovrebbero chiedermi scusa per Donnarumma”

DAL NOSTRO INVIATO EMANUELE GAMBA

Montecarlo – Alle pareti dell’ufficio di Mino Raiola in Boulevard d’Italie ci sono le locandine dei film di 007 («Il mio mito») e le maglie dei giocatori della sua corte. «Ma quale corte: è la mia famiglia». Raiola s’entusiasma a raccontare di quando, a vent’anni, esportava bulbi, studiava legge, faceva gavetta come ds all’Haarlem e lavorava nel ristorante di famiglia, «dove ho imparato a capire le persone». Trent’anni dopo è così ricco che nemmeno lui sa quanto, e spesso il pianeta calcio gli orbita attorno. Sulla maglia di Moise Kean c’è una dedica: “a Mino, che mi farà diventare una star”.

Raiola, non è che invece Ibrahimovic è una stella cadente?
«Zlatan è tornato per divertirsi e per far divertire il mondo. Non potevo permettere che il suo ultimo palcoscenico fosse Los Angeles. Questi sei mesi saranno come l’ultima tournée dei Queen, un lungo tributo: bisognava farlo a San Siro».

Chi ha convinto chi, stavolta?
«Abbiamo litigato a ogni trasferimento. Se fossi ignorante, penserei che sono sempre stato io a decidere le sue squadre, invece a 52 anni credo di aver capito che lui decide e poi mi fa credere che la decisione l’ho presa io».

La serie A sta diventando il cimitero degli elefanti?
«Il caso di Zlatan è diverso, lui viene solo per sei mesi, poi vediamo. Però vi ho portato De Ligt, che volevano tutti. Tutti. Ma lui vuole diventare il miglior difensore al mondo e allora mi fa: “Mino, io devo andare all’Harvard della difesa, al Mit dei difensori”. Perciò abbiamo scelto la Juve: per prendere la laurea».

Non per la commissione che prende lei?
«La mia commissione dipende dallo stipendio del giocatore, e vale per tutti. Non punto la pistola alla tempia di nessuno».

Haaland non l’ha portato a studiare da noi.
«No, perché non è un difensore e perché non è De Ligt, che è capitano dell’Olanda da due anni. Gli italiani non sanno valorizzare i propri talenti, figurati quelli degli altri. A me capita di incontrare osservatori italiani che gridano al miracolo se vedono un 2001 forte. Allora gli dico: “ma che ve ne fate, se poi non lo fate giocare”».

Non mette tristezza la Juve che vende Kean?
«Tanta, anche a me. Non l’avrei portato in Premier se non parlasse perfettamente inglese, perché è ben raro che un ragazzo italiano si adatti all’estero: chiediamoci perché Spagna e Francia continuano a esportare giocatori e noi no. Ma se l’avessi lasciato alla Juve me l’avrebbero fatto giocare in serie C».

All’Everton però fa la riserva.
«Di lui non sono contenti, ma stracontenti. Sanno che c’è solo bisogno di tempo, perché in Premier i valori tecnici e fisici sono più alti e la serie A non ti prepara abbastanza. In questo senso Kean è come Balotelli, un talento talmente precoce che ha saltato delle fasi di crescita che però deve recuperare, perché ha delle lacune. Ho sulla scrivania una pila di richieste per lui, ma l’Everton non ha nessuna  

intenzione di venderlo né lui di andarsene».

Perché molti dei suoi giocatori sono arroganti? Li educa lei a esserlo?
«Sono ambiziosi, che è diverso. Matuidi vi sembra arrogante? Nedved, se fosse stato arrogante, non avrebbe vinto un Pallone d’oro ma tre. E il problema di Balotelli è proprio la mancanza di arroganza, difatti è contento della sua carriera ed è l’unico a esserlo. Zlatan sì, è arrogante, infatti ho dovuto togliergli l’olandese che aveva dentro e metterci un italiano. “Ci penso io”, mi disse Capello, e Ibra ha imparato a fare gol. Gli olandesi sono un popolo straordinario, geniale, ma nel calcio loro sì, diventano arroganti. Pensate a Van Gaal. Infatti mi diverto a rinfacciargli i Mondiali vinti dall’Italia».

Pogba non era arrogante quando diceva di voler diventare meglio di Pelé?
«Per lui litigai con Ferguson: Paul fu l’unico a dirgli di no, non l’ha mai digerito e se la prese con me. Ma adesso il problema di Pogba è il Manchester: è un club fuori dalla realtà, senza un progetto sportivo. Oggi non porterei più nessuno là, rovinerebbero anche Maradona, Pelé e Maldini. Paul ha bisogno di una squadra e di una società, una come la prima Juve».

Alla fine i suoi assistiti finiscono per somigliarle?
«Io sono un procuratore tailor made. Sono fatto su misura per i giocatori che assisto, perché diventano la mia famiglia. C’è chi mi chiama tre volte al giorno come Ibra e tre volte l’anno come Matuidi, ma lavoro solo con quelli con cui c’è affinità».

Non l’ha mai scaricata nessuno?
«Diciamo che con Lukaku la separazione è stata consensuale».

Dicono: Raiola condiziona il mercato.
«Certo che sì. Io non voglio ritrovarmi il 29 agosto a decidere cosa fare».

E le commissioni, il mercato non lo drogano?
«Il punto è: guadagno molto o guadagno troppo? Io sono d’accordo sul molto. Oggi un grande club vale 4 miliardi, è tutto commisurato. I soldi fanno parte dello show. E comunque non sono i soldi a motivarmi, io ero già milionario a vent’anni, potevo sdraiarmi su una spiaggia e vivere di rendita. È la Fifa che per nascondere i suoi problemi non fa che attaccare i procuratori».

E vuole imporre tetti alle commissioni.
«Se non serviamo, perché i club non fanno da sé? Non sono i soldi che inseguono i sogni, ma viceversa. Mio padre mi diceva sempre che vendere una cosa a qualcuno una volta è facile, ma due volte è difficile. E come mai da me ricomprano sempre tutti? Sarà che non tiro bidoni?».

Non sarà che fa comunella coi ds?
«Se il mio avvocato facesse comunella con il pm, lo scaricherei subito. Mia nonna era analfabeta, ma mi ha sempre detto che non si può stare con Dio e con il diavolo. Io rifiuto anche gli incarichi di mediazione, tratto solo i trasferimenti dei miei che devono scegliermi per fiducia e non perché hanno paura, come invece facevano quelli che andavano alla Gea, convinti che se non lo avessero fatto sarebbero usciti dal giro. Il procuratore è come il medico di famiglia: se non ti fidi, è meglio che lo cambi. E poi non assisto allenatori: voglio avere la libertà di mandarli affanculo».

Coi colleghi come va?
«Con quelli che meritano di essere definiti tali, e non sono molti, ho un rapporto normale. Certo, ho i miei metodi. Non cerco di avere il controllo sui club e mantengo la mia dimensione: qui siamo in quattro, siamo una bottega artigianale e tale vogliamo rimanere. Con i miei ragazzi non ho bisogno di contratti, ma di feeling. E se vogliono, gli gestisco la vita intera, anche perché sanno che i loro segreti verranno con me nella tomba».

Raiola c’è sempre?
«Una volta uno mi ha telefonato alle due di notte: “Mino, mi sta bruciando casa”. Gli ho detto: “grazie di aver pensato a me, ma forse è meglio se chiami i pompieri, e intanto spostati di lì”. E lui: “grazie Mino, buon consiglio”. Tra loro i giocatori si parlano, io funziono con il passaparola. Difatti non vado a cercare nessuno, sono loro che vengono da me».

Lei va alle trattative in pantaloncini corti e maglietta: fa parte del personaggio?
«Mia mamma mi diceva: “Mino, conciati a modo”. Ma io con i vestiti non sto bene, sono a disagio. All’inizio mi guardavano come uno scemo, però poi ho capito che era anche meglio: se ti presenti vestito male ti sottovalutano, e in una trattativa è un gran vantaggio. L’unico che ha avuto qualcosa da dire è stato Braida, ma lui è un damerino. O gli avvocati della Fifa, a cui ho spiegato che la decenza non si vede dal vestito. E loro lo dimostrano».

Perché ce l’ha così tanto con la Fifa?
«È monopolista. È un centro di potere che non pensa al bene del calcio ma solo ai suoi interessi. Ma fa danni anche il Financial Fair Play».

Perché?
«In Italia abbiamo ormai un mercato a parte che finisce il 30 giugno, quando i club devono fare acrobazie strane per mettersi in regola con i conti: ma che senso ha? E che senso ha vietare a un club di fare acquisti? È una limitazione della libertà individuale: perché un mio calciatore non può andare al Chelsea, rimettendoci un sacco di soldi? Capitasse a un mio assistito farei causa, scatenerei un effetto mondiale».

Non parla per interesse? A voi fa comodo che girino tanti soldi.
«Con l’affare Pogba ho cambiato il mercato, i prezzi sono impazziti. Ma non ho sentito un solo club lamentarsene».

E di lei, si lamentano?
«Se parlano troppo bene di me, vuol dire che qualcosa ho sbagliato».

Certi tifosi la odiano, dicono che lei non ha rispetto per le bandiere, ma solo per gli affari.
«Dovrebbero chiedermi scusa per Donnarumma: Mino, avevi ragione tu. Volevo portarlo via perché non mi fidavo di quel Milan, come non mi fidavo dell’Inter di Thohir, e ditemi se non avevo ragione. Sarò poco romantico e politicamente scorretto, ma il mio scopo è massimizzare la carriera dei miei giocatori. Mi chiedo sempre: “cosa farei se fosse mio figlio?” I soldi sono solo l’ultimo step».

Anche per lei?
«A me non interessano».

BACK TO WORK AT MILANELLO

After the San Siro draw, the team were back on the pitch as they started to look ahead to Roma

Coach Pioli’s team completed their first session of the week at Milanello this morning. After starting out in the gym, the players were divided into two groups. The first set, which consisted of those who were involved in yesterday’s match against Lecce, did recovery work. The second group took to the raised pitch, where they did running work and had shooting practice prior to taking part in a practice match against AC Milan’s Primavera side. The game consisted of two 30-minute halves, meaning it lasted for an hour.

CHECK OUT THE PHOTOS FROM TODAY’S SESSION

The in-house match finished 6-0 to the first team, with Castillejo bagging a hat-trick and RebićPiątek and Krunić all getting on the scoresheet. Zvonimir Boban, Paolo Maldini and Frederic Massara were all in attendance to watch the proceedings unfold. The team have been granted a day off tomorrow and won’t come in for training. The Rossoneri will be back at Milanello on Wednesday 23 October for an afternoon session.

https://www.acmilan.com/en/news/training/2019-10-21/back-to-work-at-milanello

GIAMPAOLO APPOINTED AS AC MILAN’S NEW COACH

The ex-Sampdoria manager will lead the Rossoneri with effect from July 1st 2019

AC Milan announces the appointment of Marco Giampaolo as the new coach of the First Team with effect from July 1st 2019. The agreement runs until June 30th 2021 with an option to extend the contract to June 2022.

Marco Giampaolo, born in Bellinzona on August 2nd 1967, has managed 324 games across all competitions during his career of which 270 have been in Serie A.
Giampaolo began his career as assistant coach in Pescara in 2000 and earned his coaching license in July 2007. He has coached at several Italian Clubs since then, including Cagliari, Siena, Catania, Cesena, Brescia and Empoli. Most recently, Giampaolo was at the helm of UC Sampdoria. Marco Giampaolo will now coach AC Milan’s First Team from the first day of the new season’s training at Milanello on July 9th.

https://www.acmilan.com/en/news/media/2019-06-19/giampaolo-appointed-as-ac-milans-new-coach

Ivan: un marziano a milano

Di marziani travestiti da top player , dacché CR7 è atterrato fra noi , si parla molto nella speranza che un extraterrestre buono – ricordate il delizioso Et di Spielberg? – indichi al calcio italiano la strada per tornare a risplendere come un tempo , stella di prima grandezza nel firmamento del pallone . Certo , considerato lo stato dell ‘ arte ( Juve esclusa naturalmente ) , non ne basta uno . Servirebbe un ‘ invasione…Bene , buone notizie : l ‘ impressione è che dalle parti di San Siro, senza particolari fanfare , ne sia sbarcato un altro . Non calpesterà fisicamente l ‘ erba degli stadi , ma è destinato a lasciare il segno , a cambiare il destino del Milan e della nostra amata pelota quanto il divino Ronaldo . Visto da vicino , Ivan – si pronuncia « Aivan » – Gazidis , non ha nulla di terribile . Il nuovo Ad rossonero è liscio e perfetto come un monaco zen vestito Savile Row , elegante nell ‘ eloquio , suadente ma affilato come una lama , appassionato il giusto , controllato sempre . Le mani accompagnano il discorso con grazia come se cullassero l ‘ interlocutore . Un felino senza apparente aggressività . Le movenze di un fuoriclasse . E come tale remunerato dal fondo Elliott , che lo ha convinto ad abbandonare Londra e il suo Arsenal per gettarsi nella nuova avventura . Per il Diavolo , ha in mente un progetto sportivo prima di tutto , poi economico e organizzativo , che punta a proiettare nel futuro la società rossonera , squassata dall ‘ esperienza cinese e dalla minaccia Uefa , agganciandola alle dinamiche del calcio globale . Un club capace di sostenersi con l ‘ autofinanziamento , ricco di giovani talenti e di altrettanto giovani appassionati , con uno stadio di proprietà in condivisione con i cugini dell ‘ Inter . Non necessariamente il vecchio e mitico Meazza , e questa è già una novità forte . Piuttosto una nuova casa comune dei tifosi milanesi , un impianto stellare e all ‘ avanguardia da far invidia all ‘ Emirates su cui ha governato per l ‘ ultimo decennio . Un sogno . Ma a occhi ben aperti . Per rassicurare tutti , milanisti e non , sul fatto che l ‘ uomo è capace di raggiungere i traguardi che immagina , conviene ascoltare con attenzione la sua storia , raccontata senza un grammo di enfasi , e capire da dove è partito .

Gazidis nasce nel 1964 a Johannesburg da una famiglia greca trapiantata in Sudafrica , in piena apartheid . Quando vede la luce , suo padre Costa , un medico dal carattere bizzarro e indomabile , amico di Mandela e militante bianco dell ‘ African National Congress , il partito della resistenza nera , è al carcere duro come sovversivo . Per rendere più acuta la tortura , il regime razzista gli fa annunciare da un secondino che il figlio è morto durante il parto . Lo abbraccerà solo tre anni dopo quando viene rilasciato e decide di portare la famiglia in salvo a Manchester . Insomma , Gazidis viene su come un migrante , un esiliato , un rifugiato . Cosa che non dimentica , facendone la pietra angolare del proprio edificio intellettuale . Il ragazzo coltiva una passione divorante per il calcio e per il Manchester City . Si diletta anche di fisica e di filosofia , ma soprattutto ha un gran talento legale che affina nelle aule di Oxford . Diventa avvocato e per sei anni ha una brillante carriera tra legge e affari sinché i fondatori della neonata Major League Soccer lo convincono a trasferirsi negli Stati Uniti , dove fa decollare il calcio professionistico , entità sino ad allora sconosciuta , ed estranea , alla mentalità americana . Ci resta per 14 anni fino a diventare Deputy Commissioner , architetto di un successo che ha due fondamenti : un business plan preciso ma progressivamente aggiustato sulla base dell ‘ esperienza e gli stadi di proprietà . Ha raccontato spesso degli albori della MLS , in cui le squadre giocavano nelle immense cattedrali del football americano dove 15 mila spettatori sono solo una stilla di tristezza , e della rivoluzione imposta dai Los Angeles Galaxy , i primi a costruire un proprio , modernissimo impianto . Sono loro a fare bingo . Una lezione che si porta dentro e che sicuramente cercherà di tradurre velocemente in italiano , lingua che ha già cominciato a studiare con risultati piuttosto sorprendenti .

Nel 2008 , il callido avvocato si lascia ammaliare dalla grande sirena : i dirigenti dell ‘ Arsenal lo riportano a Londra e gli affidano le sorti di una squadra di grande blasone che ha il problema opposto . Lo stadio c ‘ è , e che stadio . . . Ciò che manca è una moderna concezione della struttura societaria . Il club , circonfuso del mito di Wenger , compie un errore assai comune anche da noi : pensa il calcio con un attaccamento venato di nostalgia , come il fenomeno a cui ci siamo appassionati da giovani e che vorremmo sempre replicato senza cambiamenti o sterzate . Ma il mondo del pallone cambia vorticosamente ed è ormai un business globale dove entri con il peso delle tue tradizioni e i tuoi valori , certamente , ma devi muoverti con la velocità e la leggerezza di Messi e di Ronaldo . Un lavoretto di trasformazione non facile , anche perché i Gunners sono , allo stesso tempo , la squadra della Regina Elisabetta II e dello scrittore Nick Hornby , quello di « Febbre a 90° » per intendersi . Due mondi in uno . Gazidis vince la sfida economica facendone il quinto club più potente al mondo . A chi gli ricorda che non ha avuto uguale fortuna nei risultati sportivi risponde che se mai l ‘ Arsenal tornerà a vincere la Premier , o la Champions , lo dovrà ai suoi saldissimi fondamentali economici . E comunque il popolo dei tifosi – nobili e intellettuali compresi – si divertono e in quella casacca rossa e bianca si identificano . Appartenenza , identità e passione . Parte tutto da qui il credo di Gazidis . Dalla gente , non dai business plan o dal mercato . Nelle rare interviste usa un ‘ iperbole brutale ed efficace . Dice più o meno così . . . Guardiamo una partita e vediamo 22 milionari che pigliano a pedate un pezzo di cuoio e tentano di infilarlo in una rete. Se il calcio è questo , chi se ne frega ? No, il calcio è emozione, calore, orgoglio di appartenere a una bandiera . Per questo è fondamentale il lavoro della famosa Academy che all ‘ Arsenal porta ogni anno due o tre giovani in prima squadra . Uno schema che verrà replicato al Milan , tanto che nella sua prima apparizione milanese si è materializzato al Vismara , il campo dove crescono i nuovi talenti . Per il tifoso , pensa il nuovo Ad , il campione cresciuto in casa è il paladino di una buona causa . La prova che la propria passione è ben spesa e ben ripagata . Per questo non si sogna di mettere in discussione Leonardo , Gattuso e soprattutto Maldini , che vede come la perfetta incarnazione dell ‘ eroe rossonero , della storia e dei valori da cui il Diavolo deve partire per riconquistarsi un posto in paradiso .

Poi , ma solo dopo , viene la parte pratica . Cioè il bello e il difficile . Il progetto di Gazidis non si cura troppo , almeno per ora , delle scadenze temporali . L ‘ importante è il metodo . Declinato in quattro semplici parole d ‘ ordine : 1 ) Football First : non c ‘ è altra stella polare che il calcio e i risultati sportivi . 2 ) Stadio di proprietà : come si è detto in coabitazione con i nerazzurri perché il peso dell ‘ investimento è ripartito tra le due società e aumenta il ritorno per gli sponsor . 3 ) Crescita internazionale sul piano commerciale e dei servizi : investimenti sul marketing , il rapporto con i fans , il digitale e il merchandising sfruttando appieno la notorietà del brand Milan in tutto il mondo . 4 ) Attenzione massima ai rapporti con l ‘ ecosistema calcio : Scaroni si curerà della Lega e della Fige , mentre lui si occuperà in presa diretta del fronte internazionale . A chi gli fa notare che nel passato recente il Milan ha perso quattrini a bocca di barile , in media un centinaio di milioni l ‘ anno , e che il financial fair play della Uefa incombe come un cappio , Gazidis risponde rovesciando la logica del discorso con un sorriso sornione : ha sempre lavorato in realtà dove la disciplina di bilancio è la regola , eppure ciò non ha frenato le ambizioni , anzi ha sviluppato efficienza e creatività . Insomma , non dice che tirare la cinghia aguzza l ‘ ingegno e fa bene ai club , ma lo pensa eccome . Vent ‘ anni fa il calcio italiano aveva il mondo nelle sue mani , ma non ha investito su se stesso ed è finito in serie B . Ora , l ‘ intero movimento ha l ‘ occasione per tornare a volare . E il Milan deve diventarne un propulsore , ruolo che non dev ‘ essere lasciato alla sola Juventus . Dunque , che tipo di amministratore sarà Gazidis ? Che ruolo gli ha ritagliato Elliott ? L ‘ azionista è un fondo d ‘ investimento con un ‘ impronta famigliare e un modus operandi particolare : l ‘ impegno nel Milan può essere anche di lungo periodo e senza particolare scadenza . Per questo ha individuato un manager d ‘ esperienza in tutti i settori societari , compreso quello sportivo , e l ‘ ha messo al timone . Lo skipper è indiscutibilmente lui . Ma come in una barca da regata , il suo successo dipende dalla capacità di coordinare , di disegnare un modello di connessione tra le grandi professionalità di cui è composto l ‘ equipaggio . Tenendo conto che il nuovo Milan parte controvento ed è chiamato ad affrontare mari tempestosi .

D ‘ altronde il nostro uomo ha sempre mostrato una propensione particolare per le sfide. Lo affascina l ‘ idea di abbandonare la sua «comfort zone » , la nicchia di successo personale , la strada che conosce , per inventarsi un nuovo percorso , un ‘ avventura in cui giocarsi tutto . Curioso notare come lo stesso concetto di « comfort zone » sia stato utilizzato dall ‘ altro marziano, CR7 , proprio sulla Gazzetta , per spiegare il suo addio a Madrid. Qualcosa li accomuna: il gusto del rischio e le idee chiare . Gazidis non ha paura di affermare che il calcio è prima di tutto inclusività e diversità . Non teme la politica e lo stato incerto del Paese in cui è atterrata la sua astronave. In chiusura, tradisco l ‘ impegno solenne a non virgolettare nulla di quanto ho sentito perché penso che ne valga la pena: « Il calcio è bellezza , e la bellezza è una forza potente nel progresso di una società » . In bocca al lupo, Ivan, anzi Aivan. « Crepi » risponde lui, in perfetto italiano. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Dicembre 11, 2018. Gazzetta dello Sport

SQUADRA IN CAMPO A MILANELLO

https://www.acmilan.com/it/news/allenamenti/2018-09-11/squadra-in-campo-a-milanello

Seduta unica per i rossoneri: le immagini e il report

 

Squadra di nuovo in campo questo pomeriggio, martedì 11 settembre, dopo i due giorni di riposo concessi dal Mister ai giocatori rimasti a Milanello durante la pausa di campionato. Giornata di riposo, invece, per gli azzurri rientrati in nottata dal Portogallo.

ATLETICO-TECNICO
Squadra in campo alle 16.30 per iniziare l’allenamento con la consueta attivazione muscolare fatta da una serie di giri di campo e da alcuni esercizi tra gli ostacoli bassi. La seduta è poi proseguita con un’esercitazione tecnica (eseguita con l’ausilio delle sagome) e, sul campo rialzato, con un lavoro tecnico-tattico basato sul possesso palla. Ha chiuso la seduta una partitella.

MERCOLEDÌ 12 SETTEMBRE
Per la giornata di mercoledì 12 settembre è previsto un solo allenamento, con ritrovo nello spogliatoio alle 16.00.