Io, il Milan, la Fiorentina e un desiderio: “Chiederò la maglia a Ibra”

Patrick Cutrone sfida per la prima volta la squadra che lo ha fatto crescere e debuttare in serie A. È l’occasione per raccontarsi e spiegare perché pensa di aver già vissuto tre vite…

Fabrizio Salvio22 febbraio – 12:04 – MILANO

Patrick Cutrone, 22 anni, in Serie A ha giocato 63 partite con il Milan (13 gol) e 5 con la Fiorentina

L’incontro comincia sotto infausti presagi. Patrick Cutrone arriva all’appuntamento in ritardo, stanco e nervoso per il prolungarsi delle cure mediche a una caviglia malconcia. Fa in tempo a sedersi e la situazione peggiora: Andrea e Nicolò, gli amici del cuore venuti a Firenze per passare una settimana con lui, gli comunicano giulivi di aver dato da mangiare al cane Arno (sì, il nome è un omaggio al fiume che bagna la città) prima di uscire di casa. “Ma no, che avete fatto?! Aveva già mangiato, ha due mesi, deve fare pasti regolari se non diventa troppo grosso, anzi grasso!”. Ahia.Commenta per primo

Stai a vedere che oggi finisce male. Invece improvvisamente il centravanti arrivato a gennaio alla Fiorentina torna il ragazzo che tutti hanno sempre descritto: solare e alla mano. E proprio da qui, dalla presa di coscienza di sé, parte questa intervista.SERIE AFiorentina0-01°TMilan

Cosa è rimasto del Patrick di Parè, la frazione di Colverde, provincia di Como, dove è cresciuto?
“Tutto. È rimasto il Patrick sorridente, generoso, disponibile con tutti. In campo, lo stesso: sono quello di una volta, orgoglioso di giocare a calcio”.

Ha 22 anni appena. Si rende conto di aver già vissuto tre vite? Milan, Inghilterra, il ritorno in Italia. Quando guarda i suoi amici e coetanei, invidia la loro spensieratezza di studenti o dice: rispetto a voi sono già uomo?
“Io mi ritengo molto fortunato: faccio la cosa – non riesco a chiamarlo lavoro – che amo di più al mondo. Uno può pensare alla noia degli alberghi e dei ritiri, ma anche questo è il bello del calcio. Io ne sono innamorato pazzo”.

Rimpianti? Avrebbe potuto studiare e divertirsi di più e meglio?
“Studiare, ho studiato. Ho preso il diploma allo Scientifico. I miei hanno battuto molto sulla necessità che avessi un pezzo di carta in mano. Al momento pensi “che palle”, poi capisci che hanno ragione. Non è bello far vedere che non hai una cultura, non sei in grado di dire due parole insieme”.

Oggi ha tempo e voglia di leggere un libro?
“Sono sincero: adesso ne sto leggendo uno. Me l’ha regalato la mamma della mia ragazza. Si intitola Momenti di trascurabile felicità, parla di quel che ti può capitare nell’arco di una giornata e metterti di buon umore, rasserenarti, e tu neanche te ne accorgi. Mi sta prendendo”.

Ricorda il suo primo pallone?
“Sì. In realtà me lo ricorda mia nonna, che mi portava al parco a giocare. Mi racconta che quella palla era più grande di me, ma che io non avevo paura di calciarla”.

E le prime partite?
“Nel giardino di casa di Andrea, alle sue feste di compleanno. Il padre aveva piazzato una porticina ed erano tornei infiniti, due contro due”.

E come esultava, allora, quando faceva gol?
“Un po’ sfottevo Andrea, che giocava contro. Più avanti, nella squadra dell’oratorio, mi facevo abbracciare da tutti i compagni oppure correvo intorno al campo”.

Chi è stato il suo idolo calcistico?
“Non ne avevo uno in particolare. Mi piaceva un sacco Van Persie, fenomenale. Poi Drogba, Inzaghi… Di Van Basten ho visto i video, perché me ne hanno parlato tanto”.

A 8 anni arriva al Milan dopo un provino all’Inter in cui segnò otto gol. Ha mai saputo perché i nerazzurri non la presero?
“Quel giorno eravamo tantissimi. Alla fine mi dissero ‘Ti richiameremo sicuramente’, invece non seppi più nulla. Poi feci un provino al Monza, e quella soluzione mi stava bene. Ma quando arrivò la chiamata del Milan non ci pensai un attimo. Al provino segnai quattro gol: bastarono per essere preso. In realtà mi avevano già preso”.

Chi è stato il suo primo allenatore in rossonero?
“Roberto Lo Russo. Sono più legato a Luigi Rampoldi, che mi ha scoperto e portato al Milan. Lo sento ancora. Ha una certa età, gli voglio un sacco di bene e, più che parlare di me, voglio sapere di lui”.

A chi altri deve dire grazie nel calcio?
“Tutti gli allenatori che ho avuto mi hanno aiutato a crescere, in qualsiasi modo lo abbiano fatto. Walter De Vecchi e Italo Galbiati sono stati molto importanti. Al primo anno di Milan De Vecchi mi diceva: ‘Per calciare meglio la palla, devi posizionarti in maniera diversa col corpo. Fai come ti dico e vedrai che sarà tutto diverso’. Tempo due mesi e colpivo il pallone come mai prima”.

Com’è andata davvero con Rino Gattuso, che l’ha allenata in prima squadra?
“È stato un bel rapporto. Siamo due persone vere, che si dicono le cose in faccia. Una volta, a Bologna, mi sostituì e borbottai: il giorno dopo gli chiesi scusa. L’ultimo periodo mi fece giocare di meno, ma non mi va di parlarne. Ha dimostrato di tenerci a me, in allenamento mi stava dietro, mi diceva dove migliorare. Su questo non posso dir niente”.

Esordio in A il 21 maggio 2017: se chiude gli occhi qual è la prima cosa che le viene in mente?
“Era l’ultima in casa di campionato, contro il Bologna. Lo stadio era pienissimo. Era da un po’ che aspettavo di esordire. Sul 2-0 ho iniziato a sperare, ma mister Montella non mi faceva scaldare. Quando mancava poco alla fine mi disse: “Vai, preparati”. Mi sono emozionato un sacco. Non vedevo l’ora di entrare e spaccare il mondo. Iniziai a correre su e giù lungo la linea laterale, avrò fatto 6 chilometri in dieci secondi. Entrai che mancava pochissimo alla fine, ma bastò per rendere quei momenti indimenticabili: giocavo finalmente nello stadio dei miei sogni, con tutta quella gente che mi guardava”.

Stasera, per la prima volta da quando lo ha lasciato, giocherà contro il suo Milan: cosa vuol dire?
“Forse è meglio che succeda a Firenze, piuttosto che a San Siro. È una squadra cui tengo ancora tantissimo. Sarà bello incontrare i miei vecchi compagni e i tifosi, che mi hanno sempre fatto sentire il loro affetto”.

Perché, secondo lei? Solo perché è cresciuto con la maglia del Milan addosso?

“Io penso che i tifosi rappresentino una gran parte del calcio. Senza di loro sarebbe tutto meno bello. Perciò ho sempre cercato di dar tutto quello che avevo: per la maglia e per loro che ti sostengono”.

A fine partita chiederà la maglia a Ibra?
“Sarebbe bello. È Ibra, non c’è bisogno di dire altro”.

Perché ha detto sì alla Fiorentina?
“È una squadra che mi ha sempre affascinato per la sua storia, per i campioni come Batistuta che ci sono passati, per la sua tifoseria appassionata”.

Cos’ha Vlahovic più di lei e che cosa ha lei più di lui?
“Secondo me ci completiamo. Io attacco di più lo spazio, lui viene più incontro. Mi piacerebbe giocarci insieme”.

Cosa si porta dietro dall’Inghilterra?
“Sono cresciuto a livello umano e professionale. Ho conosciuto una nuova cultura, nuovi usi, ho migliorato di parecchio il mio inglese, che adesso parlo discretamente. A livello calcistico ho imparato un nuovo modo di giocare, con ritmi di gioco diversi, più intensi, dove si attacca molto di più, senza paura di allungarsi. In Premier non si indietreggia, si avanza”.

Perché al Wolverhampton non è andata bene?
“Molti dicono che non mi sia ambientato. Falso. La verità è che l’allenatore, Espirito Santo, aveva il suo gruppetto di fedelissimi, quelli con cui era stato promosso, dal quale non derogava. Era fissato sui suoi undici, e gli altri non li vedeva; non soltanto me, tutti. Ho giocato tre partite da titolare e segnato due gol, ma non era cambiato niente. A quel punto son voluto andare via”.

Il suo autoritratto di calciatore.
“Impegno. Dedizione. Fiuto del gol”.

Un difetto che ti riconosci e che sta lavorando per eliminare? Gattuso diceva che deve proteggere di più la palla.
(sorrisino) “Ma io credo di saperlo fare… Poi certe volte è dovuto anche al fatto… Non so come spiegare”.

Ci provi.
(sembra cercare le parole giuste, dall’esterno gli consigliano di non fare polemiche, la risposta che segue è perciò politicamente corretta) “Ho qualche lacuna, che posso colmare con la personalità e il lavoro”.

Il suo autoritratto di uomo.
“Vero. Generoso. Testardo” (gli amici presenti: “E permaloso”).

È permaloso?
“Quando perdo e mi prendono in giro. Impazzisco”.

Ha detto una volta: papà mi sopporta. Quando diventa insopportabile?
“Dopo una sconfitta, appunto. Lui capisce, e lascia passare un’oretta prima di chiamarmi. Poi usa le parole giuste per calmarmi”.

Qual è la cosa detta sul suo conto che più la fa incazzare?
“Quando dicono che sono solo uno da area di rigore”.

Un altro difetto che si riconosce?
“Mi arrabbio troppo con me stesso”.

In cosa è testardo?
“Sulle mie decisioni. Quando ne prendo una, non cambio mai idea”.

E se poi si accorge di aver sbagliato, è capace di chiedere scusa?
“Sì. Anche a me stesso”.

Come le piace spendere i suoi soldi?
“In vacanze al mare. Ne ricordo una a Dubai: spettacolare. E poi gli orologi: ne ho soltanto due, ma preziosi”.

Metta in fila i tre centravanti più forti del mondo…
“Lewandosvski. È il più forte per la tranquillità, la naturalezza con cui fa le cose. Higuain: gioca di squadra, facilità di smarcamento, di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Infine Lautaro: ci assomigliamo un po’ per determinazione e spirito di sacrificio. E poi c’è Ibra, ma lui è fuori categoria. Lui sa e può far tutto”.

Cutrone, cos’è il gol per lei?
“Una dipendenza. Perciò spero di farne tanti”.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Fiorentina/21-02-2020/io-milan-fiorentina-desiderio-chiedero-maglia-ibra-3601125064430.shtml

Gioielleria Milan: Maldini jr, bomber Colombo, il gigante Jungdal, ecco i Giunti boys

Federico Giunti, 48 anni. Lapresse

I rossoneri promossi in Prima Divisione dopo un campionato dominato: tutti i nomi da tenere d’occhio per il futuro

Marco Calabresi22 febbraio – 18:40 – MILANO

Che il Milan, con la Primavera, volesse subito tornare nella categoria che le compete, si era capito già dal mercato estivo. In rossonero sono arrivati due attaccanti come il brasiliano Luan Capanni (ex Lazio, che con Inzaghi aveva già esordito in Serie A) e l’ex Catania Emanuele Pecorino. Tra campionato e Coppa Italia hanno segnato 17 gol in due (nove Pecorino, otto Capanni), ma nessuno dei due era in campo dal 1′ nella partita contro la Spal.Commenta per primo

In panchina, invece, è rimasto Federico Giunti: tornato al settore giovanile dopo essere arrivato fino alla Serie B (Perugia), lo scorso anno da subentrato all’esonerato Alessandro Lupi non era riuscito a evitare la retrocessione alla fine di una stagione disgraziata, ma è rimasto in sella e ha riportato il Milan nella Serie A della Primavera.SERIE AFiorentina22/0220:45Milan

Daniel Maldini ha esordito in serie A nei minuti finali contro il Verona. Ansa

Daniel Maldini ha esordito in serie A nei minuti finali contro il Verona. Ansa

CONFERME

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In attacco, nel Milan che ha battuto 3-1 la Spal conquistando aritmeticamente la promozione con quattro giornate di anticipo, c’erano Giacomo Olzer, Riccardo Tonin e Lorenzo Colombo, tutti già nel settore giovanile rossonero. Proprio Colombo, che già nel 2018 fece parte sotto età della spedizione della Nazionale Under 17 all’Europeo, è stato il “nuovo acquisto” delle ultime settimane: cinque gol nelle ultime quattro partite dopo la frattura al piede. E’ nato a Vimercate, Colombo; gli altri due, invece, arrivano da nord-est. Da Rovereto Olzer, dalla provincia di Vicenza (nato ad Arzignano, cresciuto a Brogliano) Tonin.

ASSENTI PRESENTI

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Diciassette gol in due li hanno segnati anche Daniel Maldini e Marco Brescianini, che non erano al Vismara a festeggiare con i compagni. Cause di squadra maggiore: Stefano Pioli li ha convocati per la trasferta di Firenze e uno, il figlio d’arte, ha pure già esordito in Serie A contro il Verona e – dopo Milan-Juve di Coppa Italia – ha regalato anche la sua maglia al collezionista Gigi Buffon. Brescianini, invece, è nato a Calcinate (nello stesso paese di Belotti), e ha da pochi mesi rinnovato il suo contratto fino al 2024, un anno in più rispetto all’accordo con Alessandro Sala, altro centrocampista da seguire. Brescianini è un classe 2000, gioca in Primavera da fuoriquota e si pensava potesse già andare in prestito in B a gennaio: alla fine è rimasto a Milanello, il viaggio si farà la prossima stagione. A proposito di fuoriquota, è anche il Milan di Emanuele Torrasi, il più grande di tutti: è nato nel 1999, ma la fortuna gli ha voltato le spalle, con una serie di infortuni che il centrocampista ha superato.

Matteo Soncin, classe 2001. Lapresse

Matteo Soncin, classe 2001. Lapresse

PORTIERE

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E chissà cosa ne sarà di Matteo Soncin, portiere 2001 che per talento segue le orme di Gigio Donnarumma e Alessandro Plizzari, anche se la struttura fisica non è la stessa. La sua porta, grazie anche alla difesa guidata da Tommaso Merletti, è ovviamente quella meno battuta di tutto il campionato Primavera: soli 13 gol subiti, neanche l’Atalanta campione d’Italia in Primavera 1 sa fare meglio. Con Soncin si è alternato il danese Jungdal, alto quasi due metri e preso dal Vejle: oggi è diventato maggiorenne, per lui festa doppia.

COPPA ITALIA

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Il Milan, in questa stagione, una partita l’ha persa, in Coppa Italia al Franchi contro la Fiorentina. Aveva superato tre turni, e tutti in trasferta, eliminando Sampdoria, Spezia e il Torino che lo scorso anno era arrivato fino alla finale. A vincere il trofeo erano stati i viola, anche quest’anno arrivati all’atto decisivo: affronteranno il Verona, che è nel girone del Milan in campionato, e a cui i rossoneri il 9 novembre hanno fatto cinque gol.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/22-02-2020/milan-primavera-anticipo-maldini-jr-gioiellino-colombo-tutti-ragazzi-giunti-3601153569842.shtml

Milan, esordio in Serie A per Matteo Gabbia: “La dedico ai miei nonni, sono abbonati”

 
Matteo Gabbia non dimenticherà mai Milan-Torino, e l’esordio in Serie A. Il giovane difensore ha una dedica speciale per questa serata memorabile: “È il coronamento di un sogno, ringrazio tutti i miei compagni e lo staff. Mi faceva molto piacere dedicare questa partita ai miei nonni che hanno l’abbonamento a Milanello, sono molto felici”
MILANCALCIO 18 FEBBRAIO 2020 0:13 di Marco Beltrami

Una serata che Matteo Gabbia non dimenticherà mai. Il classe 1999 ha fatto il suo esordio in Serie A in Milan-Torino, dopo aver collezionato i primi minuti in rossonero in Coppa Italia. Pioli lo ha gettato nella mischia dopo l’infortunio di Kjaer, e alla luce del rifiuto di entrare di Musacchio per un presunto problema al polpaccio. Buona prestazione del giovane talento che nel post-partita ha dedicato la sua prima uscita campionato ai nonni

Milan, esordio per Matteo Gabbia in Serie A contro il Torino
Nel post-partita Matteo Gabbia ha raccontato le sue emozioni ai microfoni di Sky Sport. Sorriso smagliante per il giovane difensore che ha collezionato un tempo, partecipando al successo della formazione rossonera. Questa la sua dedica nell’immediato post-partita: “È il coronamento di un sogno, ringrazio tutti i miei compagni e lo staff. Mi faceva molto piacere dedicare questa partita ai miei nonni che hanno l’abbonamento a Milanello, sono molto felici”.

Gabbia ha parlato così delle emozioni dell’esordio in Serie A con il Milan: “Cosa ho pensato al momento del cambio con Kjaer? Ho pensato che finalmente fosse arrivata un’occasione, ero tranquillo e non ero preoccupato perché avevo lavorato bene tutti questi mesi. E una volta che entri in campo quello che fai dipende da te, ringrazio anche Romagnoli che mi ha aiutato. Ibra mi ha fatto i complimenti, non è di tante parole ma le sue valgono tanto”.

La crescita di Gabbia e la voglia di giocare titolare
Una battuta sulla sua crescita e sulla possibilità di conquistare una maglia da titolare in futuro nel Milan: “Cerco di rubare il massimo da Romagnoli, da Musacchio e da Kjaer: sono più grandi di me, hanno più esperienza e da loro posso imparare. Poi guardando al passato ho visto giocatori come Maldini, Nesta e Thiago Silva, cerco di rubare qualcosina anche a loro. Vediamo, c’è la settimana e ci saranno le decisioni del mister. Speriamo di affrontare altre notti così, con i piedi per terra”.

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L’importanza di chiamarsi Maldini: tutte le grandi dinastie del calcio mondiale

Con il debutto di Daniel hanno giocato in serie A tre generazioni diverse: un record condiviso con i Cudicini. E all’estero…

Giuseppe Pastore@gippu13 febbraio – 10:23 – MILANO

Cesare non aveva potuto assistere dal vivo al debutto di Paolino. Il suo ruolo di vice-ct della Nazionale, un passo dietro Enzo Bearzot, lo costrinse a restare a casa per guardare Inter-Atalanta a San Siro, in una Milano asserragliata nella morsa del gelo.Commenta per primo

Ma il gennaio del 1985 era destinato a passare alla storia anche per la prima delle 902 partite da professionista di Paolo Maldini, di cui il papà ebbe notizia ascoltando “Tutto il calcio minuto per minuto”: stava guidando su Viale Caprilli e pensò bene di accostare, per evitare pericolosi sbandamenti dovuti all’emozione. Trentacinque inverni dopo Paolo è stato testimone oculare dalla tribuna autorità del battesimo del fuoco di Daniel, gettato nella mischia da Pioli nei minuti di recupero di Milan-Verona. È riuscito a toccare un solo pallone, di testa, su un corner battuto male, ma i suoi tre minuti sono passati alla storia del calcio italiano: è la prima volta che un giocatore italiano veste gli stessi colori di suo padre e di suo nonno.

I MALDINI

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Breve ripasso di storia per i più giovani: Cesare Maldini ha indossato il rossonero per 412 partite dal 1954 al 1966, diventando il 22 maggio 1963 a Wembley il primo calciatore italiano ad alzare da capitano una Coppa dei Campioni, dopo il 2-1 al Benfica. Paolo è riuscito a superarlo in presenze e vittorie, diventando – con 26 trofei – il calciatore italiano più vincente di tutti i tempi: quando ha smesso il Milan ha ritirato la maglia numero 3, onore toccato in passato solo alla 6 di Franco Baresi. Per il 18enne Daniel non sarà facile essere all’altezza del papà e del nonno: ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e lui ha iniziato con due minuti nella bagarre di valore inestimabile. La prima presenza ufficiale segue l’ampio minutaggio concessogli in estate da Marco Giampaolo nell’International Champions Cup; la sua Primavera, dopo la balorda retrocessione dell’anno scorso, sta dominando la seconda divisione anche grazie ai suoi sei gol e quattro assist in nove partite. Per il momento ha scelto un umile 98, sognando magari di spolverare quel numero di maglia custodito in una teca dall’estate 2009.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

Fabio Cudicini e Carlo Cudicini.

I CUDICINI

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I Maldini sono la seconda famiglia italiana a vantare tre generazioni con almeno una presenza in serie A. I primi, anche loro fortemente legati al rossonero, sono stati i Cudicini. Nonno Guglielmo giocò otto partite in serie A con la Triestina dal 1929 al 1934, le ultime cinque in compagnia di Nereo Rocco, futuro allenatore di suo figlio Fabio. Leggerino ma tecnico, soprannominato “il ballerino”, Guglielmo era un terzino che per la sua qualità fu a volte sfruttato anche in attacco. Morì nel 2007 nella sua Trieste, il giorno dopo il suo 104° compleanno. Fabio, altissimo (1 metro e 91) per l’epoca, ribattezzato “il Ragno Nero” per la tinta unita della sua divisa di gioco che richiamava il grande Jascin, giocò a lungo con Udinese, Roma e Brescia ma si lasciò gli anni più belli per il finale, approdando al Milan già ultra-trentenne: uno scudetto, una Coppa Campioni vinta grazie alle sue prodezze in semifinale a Manchester, una romanzesca Intercontinentale vinta in Argentina e una coppa Italia vinta nel 1972 all’ultima partita in carriera. Carlo invece conobbe il rossonero già da adolescente, debuttando addirittura in Champions League negli ultimi minuti di un Porto-Milan del 1993 per sostituire Sebastiano Rossi, ma non gli riuscì mai di esordire in serie A. L’unica presenza in campionato con la maglia della Lazio, da terzo portiere della stagione 1996-97, ebbe connotati eroici degni dei due antenati: subentrato al 4’ per sostituire l’espulso Marchegiani, nel finale si ruppe il crociato anteriore del ginocchio destro in uno scontro con Bisoli ma rimase stoicamente in campo perché Zeman ha finito i cambi e i portieri. Purtroppo la sua stagione finì lì, come la sua esperienza biancoceleste: trovò più fortuna in una lunga e brillante esperienza in Premier League con Chelsea e Tottenham.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

Da sinistra: Marquitos, Marcos Alonso Pena e Marcos Alonso Mendoza.

GLI ALONSO

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E all’estero? Le tre generazioni di Alonso non hanno una maglia in comune come i Maldini, ma hanno comunque scritto pagine importanti sia in Spagna che nel resto d’Europa. Iniziamo dal capostipite Marquitos (all’anagrafe Marcos Alonso Imaz), otto anni da difensore centrale nel Real Madrid dal 1954 al 1962, con quattro finali di Coppa Campioni disputate e anche un gol nella prima, contro il Reims nel 1956. Suo figlio Marcos Alonso Pena si è notevolmente discostato dalla tradizione paterna, vestendo le maglie delle arci-rivali Barcellona e Atletico Madrid: il suo unico assalto alla “Orejona” (come chiamano in Spagna la coppa dalle grandi orecchie) finì nella tragedia sportiva del 7 maggio 1986, quando a Siviglia il Barça si fece ipnotizzare dalla Steaua Bucarest e in particolare dal suo baffuto portiere Duckadam che parò quattro rigori su quattro, l’ultimo dei quali proprio ad Alonso. Suo figlio Marcos Alonso Mendoza ha invece seguito le orme del nonno, anche se ha all’attivo una sola presenza ufficiale con la prima squadra del Real Madrid: lo ricordiamo meglio a Firenze, poderoso terzino sinistro dal 2014 al 2016, mentre adesso gioca da quattro stagioni al Chelsea.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il "Chicharo" Hernandez e il "Chicharito" Hernandez.

Da sinistra: Tomas Balcazar, il “Chicharo” Hernandez e il “Chicharito” Hernandez.

GLI HERNANDEZ

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Caso più unico che raro è quello della famiglia Hernandez che ha mandato tre generazioni ai Mondiali con la casacca del Messico. L’ultimo e anche il più famoso è il “Chicharito” Javier Hernandez, ex Real Madrid e Manchester United, presente a Sudafrica 2010, Brasile 2014 e Russia 2018. Ha segnato almeno un gol in ogni edizione e deve il soprannome a suo padre Javier Hernandez Gutierrez, detto “chicharo” (pisello) per gli occhi verdi, numero 19 del “Tricolor” ai Mondiali casalinghi del 1986 ma mai impiegato neanche per un minuto. Il nonno materno era invece Tomas Balcazar, che nel Mondiale 1954 mise insieme due presenze e un gol contro la Francia – la stessa squadra a cui suo nipote avrebbe fatto gol nel 2010.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

Da sinistra: Francisco Gento, Paco Llorente e Marcos Llorente.

I LLORENTE

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Non c’è nulla di paragonabile alla dinastia Llorente, che vanta ben cinque giocatori diversi nell’album di famiglia del Real Madrid: l’ultimo è stato il centrocampista Marcos, addirittura in gol nella finale del Mondiale per Club 2018 contro l’Al-Ain (oggi gioca nell’Atletico Madrid). Suo padre è Paco Llorente, sette anni nel Real di fine anni Ottanta, quello della “Quinta del Buitre” che vinse campionati a ripetizione ma mai la Coppa dei Campioni, incassando una formidabile ripassata a San Siro dal Milan di Sacchi nella notte del 5-0, in cui aveva indossato la maglia numero 11 senza lasciare traccia. I tifosi madridisti ricordano con più affetto una sua grande partita a Porto, quando aiutò il Real a ribaltare il risultato e qualificarsi ai quarti entrando dalla panchina e servendo due assist a Michel. Ma Paco (che aveva un fratello, Julio, da oltre 400 partite in Primera Division e due stagioni al Real dal 1988 al 1990) altri non è che il nipote di Francisco Gento, fuoriclasse all’altezza del Grande Real di Puskas e Di Stefano che si aggiudicò le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni dal 1956 al 1960. E, a complicare ulteriormente le cose come in una telenovela spagnola, aggiungiamoci anche il quinto parente acquisito: Paco Llorente è infatti il genero di Ramon Grosso, attaccante per dodici stagioni alle dipendenze di Santiago Bernabeu, dal 1964 al 1976, con sette “scudetti” e una Coppa dei Campioni. Se la stirpe proseguirà, vi terremo aggiornati.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/03-02-2020/importanza-chiamarsi-maldini-tutte-grandi-dinastie-calcio-mondiale-360631600953.shtml