Higuain è del Real Madrid

Gli spagnoli si assicurano dal 1° gennaio il 19enne attaccante franco-argentino. Per lui contratto fino al 2013, al River Plate andranno 12 milioni

MADRID (Spagna), 14 dicembre 2006 – I paragoni con Trezeguet si sprecano e non solo per il ruolo in campo (attaccante) e il doppio passaporto (franco-argentino). Ma il futuro del 19enne Gonzalo Higuaín non sarà in Italia, bensì al Real Madrid. Il club castigliano ha trovato l’accordo con il River Plate e con il giocatore e dal 1° gennaio avrà un gioiello in più nel reparto offensivo.
Higuaín, il cui contratto con il club argentino era in scadenza il prossimo giugno, ha firmato un accordo fino al 30 giugno 2013 mentre il River incasserà 12 milioni di euro: non saranno i 15 auspicati, ma sono un bel jackpot per rinunciare con qualche mese d’anticipo alle prestazioni di un teenager (7 gol in 18 partite). Il contatto definitivo è avvenuto giovedì quando il padre del giocatore è volato a Madrid insieme a Héctor Grimberg, tesoriere del River, per incontrare il presidente del club blanco Calderon e il suo direttore sportivo Mijatovic.
“El mejor delantero jueven del mundo”. Per una volta l’enfasi con cui il Real Madrid saluta sul sito ufficiale l’ultimo acquisto è giustificata dal numero di club europei battuti nella corsa al talento del River. Il Chelsea, il Lione e soprattutto il Milan, che aveva visionato più volte il ragazzo con Ariedo Braida, sono rimasti al palo, battuti dal “fascino madridista” e soprattutto dal sistema più vantaggioso (fisco e norme sugli extracomunitari) di cui godono i club spagnoli.
Higuain sbarca nella Liga con l’investitura dei grandi (si unirà al gruppo allenato da Capello dal 1° gennaio senza passare dalle riserve come il brasiliano Marcelo) e i tratti del grande colpo di mercato. “El Pipita”, questo il suo soprannome in patria, verrà presentato il 21 dicembre al Santiago Bernabeu, dove stringerà la mano a Di Stefano, Calderon e Mijatovic, seguendo un rituale che ha fatto la storia recente del “colosseo bianco”. Si tratta del settimo acquisto dell’era Calderon, apertasi con i “colpi” estivi Cannavaro, Emerson, Diarra, Van Nistelrooy, Marcelo e Reyes. L’ottavo? Sta arrivando, seguendo la stessa strada percorsa da Higuain: è Fernando Gago, gioca nel Boca Juniors, ha 19 anni e un talento tutto da scoprire.
Antonino Morici

Galliani: «Il calcio italiano non potrà più competere»

IL CASO / Europa presto vietata alle nostre formazioni per l’a.d. del Milan
«Leggi e tasse favoriscono i club degli altri Paesi»

Milano – Sognava Ronaldinho, ora dovra infilarsi l’elmentto e difendersi dall’assalto del Real Madrid per Kaká. Il Milan entra negli ottavi di Champions League con un turno di anticipo e con il primo po sto nelgirone in cassaforte, ma in futuro faticherà a mantenere la sua posizione dominante in Europa. Adriano Galliani ripete a ogni angolo la tiritera: «In Spagna possono contare su una minore pressione fiscale e su una diversa mutualità». Il d.g. Ariedo Braida sottoscrive e cer tifica: «A me sarebbe piaciuto pren dere Higuain, ma in questo momento non è possibile». L’argentino con passaporto francese andrà a Madrid perché il Real ha più forza. Tre giorni fa i merengues hanno sottoscritto un contratto settennale da un miliardo e cento milioni di euro per la cessione dei diritti televisivi e da un punto di vista fiscale, come tutte le società spagnole, versano allo Stato il 25 per cento dell’ingaggio dei giocatori, noi quasi il cento per cento.L’esempio è semplice: per dare a Higuain un milione e mezzo di euro, il Real deve investirne meno di due. Il Milan, invece, quasi tre. E i rossoneri, che filosoficamente tengono molto piu alla Champions League che allo scudetto, lanciano l’allarme.

Ma il problema riguarda tutto il calcio italiano: «I grandi campioni non vengono più in Italia, mentre quelli che ci sono vogliono andarsene», spiega Braida. In estate è stata una vera e propria fuga: Shevchenko e Emerson, Zambrotta e Cannavaro, persino Thuram avviato verso il tramonto della carriera.

Nel mirino dei milanisti c’è il governo, che lavora per la vendita collettiva dei diritti tv. Un altro punto che fa imbestialire Galliani e Brai- da. Il problema, ovviamente, è più ampio ed è strettamente connesso alla crisi economica che attanaglia il Paese e, nel caso specifico del Milan, alla volontà di Berlusconi di chiudere i rubinetti. Certo, in queste condizioni Ronaldinho diventa quasi irraggiungibile.

Ma prima di stabilire una strategia per cercare di soffiare al Barcellona il penultimo Pallone d’oro, il Milan dovrà impegnarsi per non farsi sfilare sotto il naso Kaká. È vero che il brasiliano durante la scorsa estate ha allungato il contratto sino al 2011,ma è altrettanto vero che il corteggiamento di Ramon Calderon è sempre più pressante. Kaká è imprescindibile dal progetto di rilancio e ringiovanimento del Milan.

Ancelotti, intanto, dovrà gestire il presente aiutando il Milan a ritrovare un’identità, scacciare la paura, risalire la classifica del campionato. Il quarto posto è traguardo indispen sabileperché senza l’Europa gli oriz zonti sirestringerebbero pericolosa mente. Sabato c’è da battere il Mes sina, con dieci giocatori in inferme ria. Forse torna Ambrosini, ma Costacurta(fuori almeno un mese), Simic e Dida sono fuori gioco. Il brasiliano al rientro in Italia zoppicava e lo staff rossonero sospetta un’infiammazione al tendine rotuleo del ginocchio destro. Il portiere rischia qualche settimana di stop e, con temporaneamente, riemergel’ipote si Amelia per gennaio. Intanto con tro il capocannoniere Riganò toccherà a Kalac…

Alessandro Bocci

fondo: 23 Novembre 2006 Corriere dello Sport

Maldini indica la strada al Milan «Torneremo ad Atene a maggio»

APPUNTAMENTO

Senza Nesta e Kaladze, i rossoneri raggiungono la capitale greca per la sfida con l’Aek. Il capitano: «Ho vissuto altri momenti così, vedrete che saremo qui a giocarci la finale»

MILANO — Ventidue punti dalla vetta, undici pali in dodici partite, sei giocatori in infermeria. Non bastasse l’astinenza degli attaccanti (tre gol per quattro punte dall’inizio del campionato a oggi), a spiegare la discesa agli inferi dei milanisti intervengono nuovi numeri. Impietosi, freddi, da brivido. Il punticino rimediato sabato pomeriggio a Empoli non risolleva le sorti dei rossoneri, inchiodati nella colonna di destra della classifica, bloccati nella risalita da un cocktail micidiale di avversità: sfortuna più infortuni.

I legni fin qui colpiti — con precisione chirur gica — sono undici, una cifra record se si considera che sono stati spalmati su dodici partite. L’ultimo Pa perino della situazione è Ricardo Oliveira: ha centrato traversa e palo nella tana dei to scani nel giro di mezz’ora. «Non dobbiamo piangerci addosso: far lo significherebbe ma nifestare una situazio ne di debolezza», spiega Christian Brocchi, uno dei milanisti più lucidi in questa fase di sbando. Ancelotti scrolla il capoccione risbando. Ancelotti scrolla il capoccione ri pensando a quella sfiga che si è appiccicata addosso alle magliette dei suoi e che non se ne vuole più andare. «Ma quando finirà questo periodo?» si è chiesto sabato sera il tecnico dei rossoneri, dopo un lungo summit negli spogliatoi con l’amministratore delegato rossonero, Adriano Galliani.

Solo Maldini, che nei suoi vent’anni di Milan ha sollevato Coppe dei Campioni ma ha vissuto anche tanti momenti grigi negli anni di Taba rez, Sacchi e Capello bis, prova, attraverso i microfoni di Milan Channel, a risollevare il morale dello spogliatoio: «Quello che stiamo attraversando non è un periodo di buona sorte: ciò che abbiamo dato a Empoli, in altre occasioni era sufficiente per sbloccare le partite. In questa stagione invece non è così. Però nell’ultima gara abbiamo dimostrato di aver raggiunto una buona unità di squadra, siamo rimasti concentrati fino all’ultimo minuto. Non pecco di ottimismo se considero quest’ultima prestazione il primo passo per uscire dalla crisi».

Nella sede di via Turati l’umore non è roseo ma non è nemmeno sotto i tacchi: regna la con sapevolezza che, lavorando nella direzione intrapresa, prima o poi si registrerà un’inversione di tendenza. «Non potrà girare sempre tutto storto come è stato finora». Anche Silvio Berlusconi, dal suo buen ritiro di Macherio, non ha infierito su animi già provati.
Per fortuna questa mattina la truppa partirà per Atene, dove domani sera affronterà l’Aek: quando il Milan sente la musichetta della Champions si rianima. Nella massima competizione europea la qualificazione è solo a un passo e allora Maldini, sfogliando gli almanacchi ricorda ai suoi compagni: «Questa stagione mi ricorda molto quella 2002-03, contrassegnata da grandi problemi in campionato ma ri solta con uno strepitoso successo in Coppa dei Campioni. Quello deve essere il nostro obiettivo oggi: allenar ci per tornare ad Atene il 23 maggio, per la finalissima».

Nel frattempo Ancelotti affronterà l’ennesimo impegno di questo autunno tribolato senza sei giocatori, nella consueta situazione di emergenza. Lo staff medico è stato costretto ieri mattina a constatare il forfait di Nesta (ancora problemi alla spalla lussata) e i mancati recuperi di Ambrosini e Kaladze, il primo in risalita dopo uno stiramento, il secondo reduce da uno strappo. Se si considera che in infermeria giacciono pure Serginho, Gattuso e Favalli, il quadro clinico è completo. A vivacizzare la partenza per la Grecia ci ha comunque pensato Lippi che, nel corso di «Quelli che…», ha confessato di aver ricevuto solo una mezza offerta dalla nazionale messicana. E dal Milan? «Chi può dirlo? Da qui a maggio possono cambiare tante cose».

Monica Colombo

fondo: 20 Novembre 2006 Corriere dello Sport

Higuain, l’ultimo crac argentino scatena Chelsea e Milan

LA STORIA / C’è già un’asta milionaria attorno al 19enne attaccante del River Plate, ennesimo gioiello di un calcio che è miniera di talenti

Sopravvivere nel calcio argentino si- gnifica gettare i ragazzini in prima li nea. È la condanna di un Paese in possesso di un’economia terzomondista a fronte di un futbol tra i più ricchi del pianeta. A vent’anni i migliori, se pos sono, passano le linee nemiche. Scavalcano l’Oceano a chissà se torneranno. In Argentina il calcio si nutre di emer genze. Il River Plate, la Juventus dell’emisfero sud, negli ultimi dieci anni ha messo in cassaforte 245 milioni di dollari. Pablo Aimar è il più giovane: aveva 16 anni e 9 mesi quando esordì. Quindi toccò a Saviola (un mese più vecchio) che fruttò il jackpot, i 25 milioni incassati dal Barcellona. Poi tutti gli altri, in molti casi gente poi smarrita tra la ressa aeroportuale. Gallardo. Cavenaghi. D’Alessandro. Come dice Juan Sebastian Veron, oggi all’Estudiantes, la rovina di tutto è Maradona: «Vedono un argentino di buon talento e meno di 20 anni, e subito fanno il paragone con Diego. E di solito lo rovinano>>.

Gonzalo Higuain non assomiglia al Pibe de oro e di anni ne compie 19 fra un mese. Ha esordito con la maglia del River che ne aveva 17: è un ottimo giocatore, una punta, colpi da grande campione, due gol meravigliosi nel derby contro il Boca Juniors. A quelli del marketing bastano le prime righe del l’etichetta, nessuno ha tempo di andare fino in fondo. Ecco il nuovo crac del calcio argentino, giurano: Abramovich è in prima fila per portarselo nel suo giardino di Chelsea: avrebbe offerto 12 milioni di dollari per la metà del cartellino. Poi ci sarebbe di mezzo anche il Milan(Braida visto in Argentina è sufficiente per crederci); quindi il Bayern e i russi, gli immancabili russi con le 24 ore stipate di mazzette. Gonzalo è figlio di Jorge da cui ha preso poco, per sua fortuna. Jorge giocava nel River ed era uno di quei difensori che facevano dissanguare un centravanti, piuttosto che farlo segnare. Dice Gonzalo, forzando la sua timidezza con una battuta che ripete sempre: «Da mio padre ho preso la personalità. Il talento, la creatività, vengono da mia madre. Lui mi mostra le cassette delle sue partite e dice: fai tutto il contrario».

Gonzalo può cambiare una partita con 20 centimetri quadrati a sua dispo sizione. Resta da stabilire se potrà farlo con una certa continuità. Il suo è un caso unico: siccome è nato a Brest, dove il padre giocava a fine carriera, ha un passaporto francese che lo trasforma in una ghiottoneria. La Francia, come fece con Trezeguet, lo ha convocato: il ragazzo per ora ha preso tempo. Non dice né sì né no. Se accetta, perde l’Argentina. Se dice no, i francesi gli tolgono i diritti di nazionalità (da extracomunitario). E lui forse si gioca un bel po’ di futuro (economico). Il tema tiene in pausa un paese intero. Ecco cosa dice lui, in castigliano, perché il francese manco lo parla: «È una decisione che va presa con molta calma. Sono nel cuore della stagione con la mia squadra, e non mi sembrava giusto lasciare il River per un’amichevole in Francia. Mi pareva di mancare di ri spetto a tutti. Ho parlato con il mio coach (Passarella,ndr ) e con mio padre. Alla fine so che farò la cosa giusta. Ma non ora».

Gonzalo non è un chiacchierone. Soffre questa improvvisa attenzione e lo si è visto in campo, nella sfida chiave contro l’Estudiantes persa 3-1. Praticamente nullo. L’Europa soffia sul collo, la vita al fronte non è facile. Come si vive con questa pressione?«Non so, mi sembra tuttoirreale. Certo, giocare in Europa in un grande club è il sogno di tutti, ma io so no abituato a guardare al presente. Fino a giugno vorrei rimanere col River. Anche dopo, se fosse possibile. Fino a due anni fa ero un raccattapalle ufficiale. Guardavo gli altri e sognavo. Poi è toccato a me andare in campo e i rac cattapalle guardano me. È stato bellis simo, ma mi sto ancora godendo il momento. Insomma, non c’è fretta».

Gonzalo possiede la saggezza del sopravvissuto: a dieci anni era stato dato per spacciato causa una meningite: «Mio papà mi ricorda sempre quei momenti per tenermi i piedi a terra. Se l’era vista brutta, immagino. Ma io ricordo quando riprendemmo a giocare tutti assieme nel giardino di casa e quello fu il segno della guarigione. Forse sono forte fisicamente anche grazie a quell’esperienza. Ma ho tre fratelli e sono tutti molto bravi. Anzi, uno è anche meglio di me». Alla domanda retorica, preferisci Italia, Inghilterra o Spagna, non gli hanno ancora insegnato a rispondere. Dice: «Non so, io sono del River, che è pure la squadra per cui tifo».E arrossisce. Non ha neppure 19 anni.

Riccardo Romani

fondo: 15 Novembre 2006 Corriere dello Sera